martedì 9 giugno 2026

 Galdino
“Gli errori fanno parte del gioco.
La cosa importante è quello che facciamo dopo”.

Il Sentiero dell'Acqua di San Pellegrino Terme è un itinerario escursionistico ad anello (la lunghezza la puoi decidere tu) situato nella Valle del Bojone che parte, alle spalle dello storico centro termale. Passando per suggestivi antichi borghi e località panoramiche (Paradiso, Aplecchio, …), attraversa la valle, famosa per la sua natura rigogliosa, le sue piccole fresche cascatelle naturali e pozze generate dal Rio Bojone. La sorgente del Rio Bojone sgorga nell’omonima località. È l’acqua che disseta S. Pellegrino, alimentando l'acquedotto comunale. Lo spettacolo acquatico e il piacevole suono generato dallo scorrere dell'acqua lungo le piccole rapide è veramente appagante. Il Rio Bojone, affluente del Brembo, è censito all'anagrafe della Regione Lombardia con svariati nomi: Rio Borlezza, Boione, Borlesca, Bujone, Bagione o Bertesca. All'inizio del '900, quando la lettera "I" era tra due vocali, ad esempio due "O", veniva trasformata i "J", da qui il nome Bojone equivalente di Boione. L'origine del nome stesso sembra risalire al "bollire" in dialetto "boi" dell'acqua che sgorgando dal basso nella sorgiva produceva grosse bolle d'aria. Mentre mi godo la bella frescura, scelgo le mie prossime tappe di oggi. Dalla sorgente, tramite un sentiero che corre (beato lui!) sulla costa opposta della montagna mantenendosi quasi totalmente in piano e ombreggiato, mi dirigo verso le Grotte del Sogno, un complesso di grotte scavate dall’acqua nella dolomia. Oggi sono chiuse!. Furono scoperte nel 1931 dallo speleologo pioniere Ermenegildo Zanchi, che diede loro questo nome onirico poiché all’interno delle grotte gli pareva di vivere un sogno. Zanchi fin da subito notò il potenziale turistico del luogo e insieme al suo team di speleologi attrezzò le Grotte del Sogno per aprirle al pubblico già l’anno successivo alla scoperta, facendo da guida per le visite. Furono le prime grotte in Lombardia e tra le prime in Italia a diventare fruibili a livello turistico. Alla morte di Zanchi nel 1969, però, le grotte furono chiuse e tali rimasero fino al 2012, quando un gruppo di giovani volontari di San Pellegrino si diede da fare per renderle di nuovo fruibili. Con pochi passi raggiungo la Vetta, punto di arrivo della funicolare. Scendo (a piedi!) dalla parte opposta, verso la storica frazione di Frasnito, alla ricerca della Cascata Pissarota. L'itinerario è stato di recente rimesso a nuovo e reso accessibile. Nell’emozionante Valle degli Zocchi, incastonata tra le pendici del Monte Zucco e del Pizzo del Sole, si trova questa imponente cascata pietrificante di cui pochi conoscono l’esistenza. Il termine “Pissarota”, in rigoroso dialetto bergamasco, deriva dall’unione delle parole “Pissa” (urina) e “rota” (rotta o spezzata). Un appellativo dal suono curioso che richiama l’aspetto del corso d’acqua, il quale non scende in mondo uniforme ma appare frammentato spezzandosi lateralmente lungo la parete rocciosa. Il flusso naturale dell’acqua si sviluppa lungo un salto roccioso che presenta un’altezza pari a 20 metri circa, tra due differenti tipologie di rocce: una dolomia carbonica massiccia, appartenente alla formazione della Dolomia Principale e una roccia più tenera, scura e friabile, in altre parole l’argillite della formazione di Riva di Solto. Entrambe risalgono al periodo Triassico, dell’Era Mesozoica, rendendo il sito di grande interesse dal punto di vista geologico. Considero questa cascata un vero e proprio “monumento naturale” roccioso e rientro verso i monumenti della S. Pellegrino storica. Sicuramente i due edifici che maggiormente incarnano lo spirito del tempo, la corrente artistica del Liberty, durante il periodo della Belle Époque, sono il Grand Hotel (1904) e il Casinò (1907). Ma basta guardarsi un po’ intorno e si scoprono altri edifici come le Terme (1901), le stazioni del treno (1906), la funicolare (1909), la Villa Speranza (1913), …basta trovare il tempo di guardarsi intorno.


























venerdì 5 giugno 2026

 Edo & Galdi
"...il più perfetto dei suoni: il silenzio."


“E mò?”.
“Devi dire: e adess?”.
Fainella (carabiniere, molisano) ci provò: ”E adess?”.
“Sifulum”, gridò Pagnoncelli (Guardia di Pubblica Sicurezza, bergamasco) scoppiando a ridere come un bambino.
“Ma che stai a fa, pare il momento de scherzà?”.
L’altro alzò le spalle continuando a ridacchiare: “Boh, lo dice sempre un mio zio che è andato a lavorare a Gorgonzola
perché dice che fanno il tram a vapore. Mi fa sempre ridere”.

Tratto da MORTE IN PENOMBRA di Fabio Paravisi - 2026 - Bolis Edizioni.





















domenica 31 maggio 2026

 Edo & Galdi

Innanzitutto, dove ci troviamo? La Cascata del Cenghen sorge nel cuore del Gruppo delle Grigne nel comune di Abbadia Lariana, delizioso paese sulla sponda orientale del Lago di Como. Le montagne di Lecco sono molto variegate: da un lato offrono cime famose e importanti, come la Grignetta o il Grignone, per gli escursionisti più esperti; dall’altra ci sono anche molte camminate semplici e alla portata di tutti, ma non per questo meno belle. È questo il caso del sentiero per la Cascata del Cenghen da Linzanico, località di Abbadia Lariana. E’ il sentiero più classico e frequentato, molto facile e non presenta difficoltà tecniche specifiche: la passeggiata si svolge per lo più nel bosco.

L’affilatura della falce col martello, da sempre attirava e incuriosiva i ragazzini, specie i maschietti. Sisto aprì l’incastro e staccò la falce dal manico, poi prese uno strano martello leggermente curvo e si sedette davanti a un ceppo su cui era piantato una specie di piolo. Come era uso fare, comincio a spiegare:
“La falce fienaia, che noi solitamente chiamiamo ranza - nome che credo derivi dal paese in cui vengono fabbricate, ma che molti qui in Valtellina chiamano folscèla, giù nel milanese fer e con tanti altri nomi ancora - viene usata per tagliare l’erba e il fieno. Si adopera con entrambe le mani, a differenza della falce messoria, che serve per il frumento. Deve essere affilata col martello per limitare il consumo, dato che usando una mola si abraderebbe la lama ogni volta, riducendone così la durata. La piccola incudine su cui viene battuta, chiamata piantola, o chegnöl, e con molti altri nomi a seconda dei posti, ha una specie di sperone su cui si deve martellare per conficcare la piantola in un ceppo o per terra, in modo che la superficie su cui si batte la lama non subisca la minima deformazione. Anche il martello non va usato per fare altre cose, ad esempio piantare i chiodi, affinché la sua superficie sia sempre perfettamente liscia”.
Senza aggiungere altro, sotto lo sguardo interessato dei bambini, Sisto iniziò il lavoro di battitura della falce. Terminata la parte superiore in circa un quarto d’ora, diede una martellata più leggera sulla parte inferiore. Dopo altri cinque minuti si alzò, prese la pietra per la levigatura da un corno pieno d’acqua, la passò con movimento delicato sulle due parti del filo della lama, quindi incastrò nuovamente il manico della falce.

Tratto da PACI’ PACIANA di Marina Assanti e Stefano Cattaneo - 2020 - Editrice Velar.