lunedì 27 aprile 2026

 Galdino e gli amici della UOEI,
in collaborazione con l'ANPI


"Non c'è futuro senza memoria.
Onoriamo il passato vivendo con coraggio il presente".

A Fonteno non si arriva per caso. Ci si va di proposito, spinti dalla curiosità di conoscere questo splendido terrazzo naturale e la memoria di eroismi partigiani. E’ il tipico borgo montano noto come il “balcone del lago”, accoccolato tra il Sebino e il Lago d’Endine che consente una rara veduta spaziante dal lago fino alle innevate cime dell’Adamello che fanno corona alla Valcamonica. Non si può fare altro che ammutolire ammirati o esplodere in esclamazioni di fronte al panorama sublime che si gode. Un paese, dove un tempo si produceva il famoso Taleggio di Fonteno, con una serie di rustici ben conservati: ben 365 casolari, “uno per ogni giorno dell’anno” come affermano simpaticamente i fontenesi, ciascun identificabile da una precisa toponomastica immutata nei secoli: una stalla sormontata da un fienile con accanto una casina per ospitare la famiglia del contadino. Essi costituiscono un documento concreto dell’antica vocazione contadina e pastorale di queste contrade. La sua storicità è raccontata dalle murature in pietra delle vecchie case, dai porticati e dalle strette viuzze che costituiscono il cuore antico di questa località. Frequenti anche le fontane cui il paese deve il nome. Fu proprio attorno ad una di queste, la fontana del Corén, che si sviluppò il primo nucleo di abitazioni. Al centro di Fonteno, si erge la chiesa parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita; l’edificio, in stile neogotico, risale agli ultimi anni dell’800 e sorge sul luogo di una precedente cappella, già esistente nel 1400. Da qui inizia la nostra lunga camminata. L’inizio della mulattiera del Torrezzo, o Strada della Battaglia di Fonteno, è uno strappo “amaro” fino al Santello (Santel), una piccola chiesetta alpestre. Il nostro lungo percorso escursionistico è “suddiviso” in otto tappe arricchito da totem e pannelli illustrativi che ripercorrono i luoghi teatro della più importante tra le battaglie partigiane della bergamasca. Si svolge sui colli che circondano l’abitato: con i boschi e i prati che si distendono tra di essi, offrendo uno spettacolo naturale di semplice bellezza e l’occasione di camminare in mezzo ad una natura incontaminata dove regna la quiete, il silenzio e l’aria pulita. Ma i tesori non sono solo sopra il verde dei colli ma anche celati nel sottosuolo; il suo patrimonio si è arricchito dalla scoperta dell’Abisso Bueno Fonteno, un vasto ed esteso complesso di grotte, gallerie e corsi d’acqua sotterranei, oggi in corso di esplorazione e di studio (pannelli informativi). Passo dopo passo, località dopo località, arriviamo alla punta del Colletto. Foto di gruppo e scendiamo al Colle di Caf per il “pranzo partigiano” alla Casa Museo “La Resistenza” della Sezione ANPI Valli Calepio e Cavallina. Puntiamo diritti al grande monumento che ricorda le vicende della battaglia di Fonteno, episodio cruciale della lotta partigiana bergamasca al nazifascismo, dove siamo invitati a partecipare alla posa di una corona di fiori ai piedi della grande lapide del monumento. Un momento inaspettato e commovente!. Breve riassunto: nel corso della Resistenza, i colli di San Fermo assunsero particolare importanza strategica perché permettevano il controllo delle truppe tedesche in transito lungo la strada statale del Tonale, fondamentale via di comunicazione tra l’Italia settentrionale e la Germania. Per questa ragione, la presenza di truppe partigiane rappresentava un grave elemento di disturbo. Erano presidiati dalla 53A Brigata Garibaldi “Tredici Martiri di Lovere”, guidata dal comandante Giovanni Brasi (detto Montagna) e composta da circa settantacinque uomini ben armati. La battaglia di Fonteno del 31 agosto 1944 è un’azione di risposta al rastrellamento nazifascista operato per liberare due ufficiali tedeschi e il loro interprete, che erano stati catturati tre giorni prima a Solto Collina. All’alba di quel giorno, le SS occuparono Fonteno prendendo in ostaggio numerosi civili, che radunarono sulla piazza del paese. Poi presero a salire verso i colli di San Fermo, mentre da Monasterolo salivano i fascisti. Il comandante delle SS, maggiore Fritz Langer, ormai sicuro del successo, intimò la resa della 53A Brigata Garibaldi, pena la morte dei civili in ostaggio. Ma i partigiani con un’abile manovra, scesero a Fonteno, immobilizzarono i pochi tedeschi rimasti in paese e liberarono gli ostaggi. Risalirono poi alle spalle delle SS, colpendoli e catturandoli. Per avere salva la vita, Langer ordinò la resa ai fascisti e alle sue SS, che furono rilasciati dai partigiani, senz’armi e senza mezzi e con l’impegno di non operare ritorsioni e rappresaglie sui civili di Fonteno. Impegno non mantenuto. A novembre dello stesso anno, i tedeschi tornarono a Fonteno per operare un nuovo rastrellamento, ma i partigiani anche quella volta riuscirono a fuggire. Ma torniamo sui nostri passi …da qui proseguiamo seguendo il sentiero che dapprima porta ai piedi del Monte Torrezzo per poi procedere, con divertenti su e giù, mai faticosi, che toccano numerosi roccoli posti sul crinale del Monte Sicolo. Discendiamo verso il Monte Boario (Boèr), dove una Cappelletta, la Santella del Boèr, posta in un enorme spazio prativo ricco di narcisi ci avvisa che siamo al Colle di Luen, sopra Fonteno, e in poco tempo raggiungeremo il nostro punto d’arrivo. 


Ringrazio veramente di cuore Stefano dell’ANPI di Seriate per la collaborazione in notizie e la partecipazione in simpatia. 
































venerdì 10 aprile 2026

Galdino
…‘na tazzulella ‘e cafè in Val Stabina


Il monte Pigolotta è un’anonima cima che raggiunge la quota massima di circa m1500 ma offre una vista panoramica, spesso descritta come un “balcone naturale sulle Alpi Orobie”. Il motivo per il quale vale la pena di raggiungerlo è che in questo periodo i suoi prati sono ricoperti e invasi dai Crocus di colore bianco con sfumature violette e blu. Approfittando quindi, della bella e calda mattinata, salgo a Valtorta, nella Val Stabina, laterale dell’Alta Val Brembana. Posteggiato nel piazzale della Torre dell’Orologio, seguo la strada agro-silvo-pastorale Valtorta-Ornica. Non si può sbagliare! Salendo tranquillo, per i numerosi “strappi”, dopo una curva dotata di ampio slargo per parcheggio delle auto autorizzate al transito, si entra nei prati della Pigolotta risalendo obliquamente, lasciando prima la faggeta e poi l’abetaia. Dalla fitta e alta vegetazione che caratterizza la zona, si entra quindi in una grande radura prativa ondulata contornata in alto da belle baite-stalle in pietra, tipico esempio di architettura alpina orobica da dove la vista spazia su alcune belle cime delle Orobie, dal lontano Menna ai più vicini Baciamorti-Aralalta, Sodadura, Cima di Piazzo, Cornetta, Corna Grande ...tutte ancora belle bianche!. Man mano che salgo per i prati, mi si presenta una modesta distesa di Crocus bianchi, viola e lilla, e di fiori di Scilla bifolia o silvestre blu-violetti ancora non al massimo della loro crescita-fioritura. Mi godo comunque i fiori presenti, mentre splende un caldo sole. Raggiungo la graziosa stilizzata Cappella (datata 24 settembre 1972), dove i fiori, qui si in gran quantità, ricoprono e colorano i dossi circostanti. Mi pare di capire che tra una settimana lo spettacolo delle fioriture sarà più esteso. Mi godo un po’ di riposo attardandomi a passeggiare sui prati e a curiosare fra le baite. Rientro quindi a Valtorta per il meritato pranzo, contento di avere rigoduto questo gioiello fiorito del Parco Regionale delle Orobie, anche se non come nel 2022 quando avevo ammirato un “unico enorme tappeto fiorito”. Comunque, anche quest’anno mi ha offerto uno scenario spettacolare, tanto da riempire i miei occhi con tutte le loro sfumature. Sulla via del ritorno, breve sosta “forzata” a Cassiglio per godere dell’affresco della Danza Macabra: una lunga teoria di figure, dal papa, all’imperatore e al contadino, accompagnate singolarmente dai loro scheletri. L’opera, viva per la capacità pittorica e ricca documentazione dei costumi del tempo, richiama la simile Danza di San Virgilio a Pinzolo ed è lavoro di Cristoforo III Baschenis il Vecchio che la realizzò a fine del 1500.