lunedì 23 febbraio 2026

Galdino e gli amici
della Pro Loco di Barzana


La Sacra di San Michele evoca bellezza, fascino e mistero. Quel mistero che la avvolge fin dalla sua costruzione, avvenuta tra il 983 e il 987 d.C. Un’imponente abbazia che domina la cima del Monte Pirchiriano, all’imbocco della Valle di Susa. Un luogo meraviglioso e denso di spiritualità, custodito in origine dai monaci benedettini e dal 1837 affidato ai padri Rosminiani. La storia, il valore spirituale e il paesaggio che la circonda hanno ispirato lo scrittore Umberto Eco per il best-seller “Il nome della Rosa”. 

Scopriamo i suoi principali punti d’interesse rivelati dalla nostra “ciciarona” durante la visita. 

Il Sepolcro dei Monaci. Consiste dei resti di un antico tempietto. E’ così chiamato perché ritenuto una cappella cimiteriale, ma appare più realistica l’ipotesi che vede in questa cappella, a forma ottagonale, la riproduzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme. La costruzione, prettamente cristiana, risale al secolo X. Questa chiesa, ancora intatta nel 1621 e dedicata a Santo Stefano, cominciò a rovinare nel 1661, fino a diventare molto presto un rudere.

Le foresterie. Si trovano in due appositi edifici. L’edificio della Foresteria Grande fu costruito verso la fine del secolo XI, quando la fama dell’ospitalità dei monaci era già tale da richiedere un vero e proprio ospizio staccato dal monastero: era quindi la zona dell’hospitale destinata ai pellegrini e agli ospiti. L’attuale è in gran parte una ricostruzione avvenuta tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, durante la quale venne posta una merlatura a coronamento dell’edificio. L’errore fu però notevole in quanto stilisticamente tale merlatura è ghibellina (a coda di rondine), mentre l’abbazia essendo legata al papato avrebbe dovuto avere una merlatura guelfa (a parallelepipedo semplice). La Foresteria Piccola è sorta probabilmente come luogo di servizio.

L’ingresso e la statua di San Michele. Siamo di fronte alla parte più imponente dell’abbazia. Il massiccio della facciata (m41 di altezza) è rotto dalla combinazione coloristica e geometrica delle linee rette del basamento grigio-ferrigno con le curve piene della chiesa verdognola, coronata dall’abside centrale e da quel trionfo di galleria ad archetti (Loggia dei Viretti) che è fra i migliori esempi di logge absidali romaniche. I monaci benedettini intrapresero il ciclopico lavoro di costruzione del basamento nella prima metà del secolo XII, per erigervi sopra la grande chiesa a cinque absidi. Su uno spuntone di roccia esistente tra il Monastero Vecchio e il basamento della chiesa, è collocata la statua di San Michele Arcangelo creata dallo scultore altoatesino Paul dë Doss-Moroder. Si tratta di una nuova e originale interpretazione dell’Arcangelo Michele. L’artista descrive così la sua opera: “L’opera si compone di due parti: in una, San Michele Arcangelo sta sulla roccia viva, la stessa su cui è eretta l’Abbazia; nell’altra, le ali dell’Angelo del Male, sconfitto, sprofondano nelle tenebre ai piedi della roccia sporgente”.

Lo Scalone dei Morti e il Portale dello Zodiaco. Si giunge grazie a un ampia e ripida scalinata scavata nella roccia, la cui edificazione pare risalire alla metà del secolo XII. Superati i primi scalini, si lascia un pilastro di oltre m18 che sostiene il pavimento della sovrastante chiesa e uno spuntone di roccia che emerge e si perde nel muro di fronte. Fino al 1936 erano custoditi nelle nicchie laterali alcuni scheletri di monaci. Giunti alla sommità dello Scalone dei Morti si attraversa il Portale dello Zodiaco (1128-30), opera romanica scolpita dal Maestro Nicolao, famoso architetto-scultore piacentino. È così denominato perché gli stipiti nella loro facciata rivolta verso lo scalone sono scolpiti a destra con i dodici segni zodiacali e a sinistra con le costellazioni australi e boreali. Storicamente più importante è la faccia centrale dello stipite destro sul quale, ai bordi di una scena di caccia alla lepre, stanno due versi scritti in latino. Di notevole pregio i capitelli storici e simbolici: Caino e Abele, tre persone furibonde che si strappano i capelli a vicenda, le avventure di Sansone, due donne che allattano quattro serpenti, quattro falconi in cerchio, il leone furente, tre tritoni (busti umani cui si innestano code di pesce). Molto significative anche le basi delle colonne: tre leoni che si rincorrono e due grifoni che beccano una testa d’uomo. 

Gli archi rampanti e il portale di ingresso. Superato il Portale dello Zodiaco si affronta l’ultima rampa di salita alla chiesa: è una solenne scala in pietra verde, sotto il gioco di quattro imponenti contrafforti e archi rampanti. Questa zona era, a fine ottocento, completamente occupata da costruzioni e dunque il Portale dello Zodiaco non dava accesso a un terrazzo aperto, bensì ad ambienti coperti attraverso i quali si giungeva alla chiesa. Si intervenne demolendo tali ambienti e progettando la scalinata e gli archi rampanti, per far fronte al dissesto statico della parete sud della chiesa. L’artistico portale d’ingresso, di derivazione romanica in pietra grigia e verde che conduce in chiesa, è osservabile da uno spazioso ripiano. Fu costruito dagli architetti di Ugone nei primi anni del 1000. Molto elegante, a tutto sesto, dall’ampia strombatura, comunica tuttora un forte senso di accoglienza, di sicurezza, di calma. Gli archi fatti a spigolo e a cordoni sono sostenuti da semi colonnine a capitelli floreali. È sovrastato da un gocciolatoio che termina con la testa di un monaco incappucciato e con quella di un ragazzo (ora mancante). Le colonnine con archetti trilobati chiaramente gotici e aggiunti tardivamente, sono i resti del portico che proteggeva il portale. I battenti della porta in noce, eseguiti nel 1826, mostrano le armi di San Michele Arcangelo e il diavolo in forma di serpente ma con volto umano. 

La Chiesa e le opere pittoriche. Il Santuario romanico-gotico che accoglie oggi il visitatore alla sommità del monte Pirchiriano venne realizzato e modificato nel corso di più secoli. Vi appaiono tre generi di architettura: romanico nella parte absidale orientata verso il punto esatto in cui sorge il sole il giorno della festività di San Michele (29 settembre), nella prima arcata e relative finestre e colonne; romanico di transizione nelle due successive arcate con pilastri a fascio e archi acuti, e uno gotico di scuola piacentina nella decorazione del finestrone dell’abside centrale e nelle due finestre delle navate minori. L’inizio dei lavori di costruzione della chiesa è di difficile datazione, ma si suppone che l’avvio sia stato commissionato dall’abate Stefano (1148 e il 1170). Originariamente la chiesa doveva essere sormontata da volte a crociera analoghe alle attuali. Tali volte crollarono e, nel Seicento, furono sostituite nella navata centrale da una pesante volta a botte, che esercitava una notevole spinta sui muri laterali, minacciandone la stabilità e creando pericolo di ribaltamento. Per far fronte a questa minaccia, durante i restauri di fine Ottocento, fu demolita la volta a botte e sostituita con una triplice volta a crociera. All’interno della chiesa sono presenti imponenti colonne, numerose colonnette, lesene e spigoli, il tutto coronato da suggestivi e simbolici capitelli. Di particolare interesse il primo pilastro a sinistra della navata centrale, sotto il quale affiora per 15 centimetri la cima del monte Pirchiriano, “culmine vertiginosamente santo”. Le tre absidi si distinguono per il rosso dei mattoni che le rivestono. In quella centrale si aprono ai lati due spaziose nicchie con una propria finestra romanica e sopra queste è presente una croce greca profondamente scavata nel muro. Nella cornice strombata del finestrone absidale si suppone siano raffigurati i profeti maggiori (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele) mentre la base è occupata dalla scena dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria. Ai lati del finestrone quattro semicolonne sovrastate dalle figure dei quattro evangelisti con i loro simboli. Al fondo della navata centrale della chiesa si apre un ambiente a pianta irregolare denominato “Coro Vecchio”. È quanto rimane della chiesa di Ugone, luogo in cui abbonda il materiale pittorico di fine ‘400 e inizio ‘500. Oggi accoglie dieci sarcofagi di pietra contenenti le salme dei principi di casa Savoia traslate dal Duomo di Torino nel 1836, quando re Carlo Alberto le consegnò in custodia, con l’intera abbazia, ai religiosi rosminiani. Diverse sono anche le importanti opere pittoriche presenti alla Sacra di San Michele, di derivazione religiosa e in cui sono raffigurati la Madonna, Gesù e San Michele arcangelo in diversi momenti, dall’Assunzione, la Deposizione di Gesù, la Natività.

PRIMITIVO SANTUARIO DI SAN MICHELE. È composto da 3 sacelli absidali, ai quali si accede dalla navata centrale scendendo 12 antichissimi scalini assai logori, che fanno pensare alle migliaia di pellegrini che li calpestarono fin dal lontano Medioevo. Gli studiosi concordano nell’individuare qui la prima Sacra ed il momento storico originario del suo culto a Michele. Siamo nel luogo più sacro dell’Abbazia.

TRITTICO DI DEFENDENTE FERRARI (1520 circa). È il capolavoro più prezioso che possiede la Sacra. Prelevato dall’altare maggiore, è stato poi restaurato e posto nel Coro Vecchio. Nel centro domina, in piedi su un arco di luna, in una mandorla d’oro, circondata da 12 cherubini, una delicata Madonna che allatta il Bambino Gesù. I pannelli laterali rappresentano l’uno San Michele Arcangelo che sconfigge il demonio, l’altro San Giovanni Vincenzo, che presenta alla Vergine il committente dell’opera Urbano di Miolans, abate commendatario della Sacra dal 1503 al 1522. La vezzosità del Bambinello è mirabile e naturalissima è la posizione dei piedini. Lo splendido viso di Maria ispira fiducia: lo sguardo è modesto e l’impressione generale è di malinconia dolce, innocenza e pudore.

GRANDE AFFRESCO DELL’ASSUNZIONE (1505). È il più grande affresco che si conserva alla Sacra, dipinto nel 1505. È un’opera di grandi dimensioni eseguita in gran parte da Secondo del Bosco di Poirino, ma certamente presenta anche la mano di un suo scolaro. Il pittore seppe dividere lo spazio con ottimo criterio distribuendovi tre scene: la Sepoltura di Gesù, la dormizione di Maria (soggetto piuttosto raro), la Madonna Assunta. La scena migliore è quella di Gesù calato nel sepolcro, per l’espressivo dolore del viso e il movimento accentrato delle persone.

AFFRESCO DELLA LEGGENDA (fine 1600?). È dipinto a linee rosse e bianche su sfondo giallastro e riassume la storia, mista a leggenda, della fondazione del Santuario. In alto a destra sono raffigurati San Giovanni Vincenzo che taglia le travi per costruire una chiesetta a San Michele sul monte Caprasio, angeli e colombe che trasportano le travi dal monte Caprasio alla cima del Pirchiriano. In alto  il monastero di San Michele già costruito, avvolto da tre fiammate a significare l’angelica apparizione. Al centro il Vescovo di Torino Amizone che sale da Avigliana e trova la chiesa già consacrata dagli Angeli. In basso il corteo di Ugo di Montboissier che da Susa si dirige verso il Pirchiriano per fondarvi il Monastero.

DEPOSIZIONE DI GESU’ DALLA CROCE E PREDICA DEI MORTI (1505-1510).Sulla parte superiore del pilastro del Coro Vecchio è affrescata la deposizione di Gesù: le figure sono ispirate a quelle di Gesù sepolto del grande affresco. Nella parte inferiore la scena curiosa di due scheletri che parlano ad un gruppo di fedeli attraverso due cartigli, uno in latino, che invita alla pietà per i defunti e uno in francese arcaico che esorta i viventi a pregare per i trapassati e a ricordare il comune destino mortale.

 

Rovine e Torre della Bell’Alda. La parte nord-ovest del monte è occupata da imponenti ammassi di pietre, pilastri, muraglioni, archi e barbacani: sono le cosiddette Rovine del Monastero Nuovo, edificato tra il XII e il XIV secolo in corrispondenza del momento di massima espansione della comunità monastica. Il grandioso edificio a 5 piani, a cui fu aggiunta una nuova costruzione terminante con la Torre della Bell’Alda, cadde in rovina a causa di sismi, guerre e abbandono. Tra le rovine è visibile una “Casetta” costruita alla fine del 1800, utilizzata dal Genio Militare come stazione per il telegrafo ottico. Questo sistema, sfruttando l’alfabeto morse con l’emissione di lampi di luce, permetteva la trasmissione dei messaggi e la comunicazione tra Torino e i forti militari della Triplice Alleanza. La Torre della Bell’Alda è una torre a strapiombo sul precipizio del monte al termine del muraglione perimetrale delle Rovine e trae il suo nome dall’omonima protagonista della leggenda. Alda, fanciulla paesana, arriva alla Sacra per pregare contro i mali della guerra. La ragazza ha purtroppo la sventura di essere sorpresa dai soldati nemici e tenta così di sfuggire al loro assalto, ma non avendo altra via di scampo si getta nel burrone invocando l’aiuto di San Michele e della Vergine. Si salva e rimane illesa in fondo al precipizio. Per vanità e denaro s’immagina di poter fare un secondo salto e agli increduli suoi compaesani si offre di ripetere il volo, ma trova orribile morte dove prima aveva trovato l’inatteso scampo.














































lunedì 16 febbraio 2026

 Edo, Ezio & Galdi


Dai pascoli in alta quota emergeva un leggero riverbero, una bellezza profonda s’impadroniva della mia ragione. Ero estasiato.
“Stai guardando?”, mi disse.
“Certo!”, risposi.
“No, tu non stai guardando, stai vedendo”.
Quella frase mi colpì profondamente.
“C’è una profonda differenza tra “guardare” e “vedere”, non sono sinonimi. Guardare è più freddo, analitico; pensa allo stesso verbo “guardare”, stare in guardia, controllare. Vedere, invece, implica un’emozione, qualcosa di partecipe. Chi vede percepisce col sentimento, quando “vedi”, sei direttamente coinvolto. Guardare e vedere sono entrambi azioni di osservazione, uguali nella forma ma diverse nella sostanza. Chi “vede” prende coscienza e comprende”.
“Non voglio contraddirla, ma anche l’atto del “guardare” richiede sforzo e attenzione” obiettai.
Lui sorrise dolcemente, senza scomporsi: ”Guardare non è risolutivo. Potremmo farlo per un tempo infinito, senza arrivare a conclusioni. Alla fine, devi comunque “vedere”. Chi vede ha compreso ciò che ha guardato”.
La mia mente si apriva, accogliendo suoni, colori e profumi della montagna. Le sue parole non erano solo parole, ma pensieri completi che venivano assorbiti e interpretati.
Forse avevo capito: guardare è necessario, ma non sufficiente 
per vedere veramente, con il coinvolgimento della coscienza.
 
Tratto da IL FRATE E IL CECCHINO di Giovanni Perelli - 2024 - Alpina Editrice.