Dalla bacheca di un ambulatorio medico
Momenti
- Barcollo ma non mollo! (631)
- Curiosità&cultura (49)
- Foto curiosa del mese (22)
- I tesori della Parrocchia (13)
- Le mie fotografie (41)
- Mi ricordo... (12)
- Niente...di personale (5)
- Ol diàol: leggende bergamasche (25)
- Pellegrino per un giorno (18)
- Per non dimenticare (24)
- Piccoli santuari del viandante (19)
- Poesie... 10 e lode! (63)
- Presentazione (1)
- Racconti&leggende (5)
- Venite adoremus (81)
- Venite Oremus (2)
Informazioni personali
giovedì 9 novembre 2017
lunedì 6 novembre 2017
“Piove, senti come piove…madonna come piove…senti come viene giù!
Passando per la statale del Maloja, pochi chilometri dopo Chiavenna, ci capiterà senz’altro di rallentare per ammirare le splendide cascate gemelle dell’Acqua Fraggia. Non tutti però notano quel campanile e quel borgo abbarbicato lassù oltre le cascate.
Savogno m932 è un centro abitato situato nel comune di Piuro (SO) sulla destra orografica della Val Bregaglia italiana. Non ci sono strade per arrivarci ma diversi sentieri: prendiamo quello che parte dai crotti di Motta. Passando tra muretti a secco e vecchi cascinali saliamo nel bosco, a prevalenza castagni, alternando tratti quasi in piano ad alcuni decisi strappetti. Nel punto in cui il percorso si fa più ripido la mulattiera è ben gradinata e dobbiamo “solamente” stare attenti che il percorso è “inzuppato”.
Arrivati presso il rifugio è opportuno vagare un po’ per quelle strette viuzze tra vecchie case ormai quasi tutte disabitate. Il borgo di Savogno ha origini medievali e conserva ancora interessanti caratteristiche di architettura rurale spontanea, con mura in pietra e loggiati in legno. Era divenuto un punto di transito obbligato per quanti si recavano a Coira, capitale delle Tre Leghe Grigie, in Svizzera. Di notevole interesse è l'antica chiesa parrocchiale dedicata a San Bernardino, consacrata nel 1465, che presenta interessanti tele: una di Francesco Prevosti, raffigura la Madonna del Rosario tra i SS. Antonio e Bernardino (1882), l´altra il Giudizio Universale. Il campanile, con cella ripartita su ciascun lato da una snella colonnina a rocchi in pietra ollare e con cupola conica, reca scolpita sull´architrave dell'ingresso la data 1485. È una delle poche torri campanarie che in Valchiavenna abbia conservato la sua struttura originaria. La chiesa venne ristrutturata nell'Ottocento grazie all'operato di san Luigi Guanella, negli anni in cui fu parroco nel paese (1867-1875). Così don Guanella descriveva il borgo negli anni del suo ministero pastorale:
«Savogno è villaggio umilissimo che si aggrappa agli scogli del monte, entro una valle ripida che guida al vertice del monte Stella, il più alto culmine in Italia dopo il Monte Rosa. Dallo Stella si prospetta al canton Grigione da tramontana, alla valle Mesolcina da ponente, alla Lombardia da mezzodì, e da levante all’Engadina svizzera ed al Maloia, da cui parte il gruppo delle Alpi che discendono ad incoronare la penisola italica e il corso delle acque dei fiumi, precipui il Reno e il Danubio, che per due lati opposti si incamminano a salutare le principali regioni d’Europa».
Fece erigere per il borgo anche un lavatoio pubblico e ampliò il primitivo cimitero. Al Seicento risale invece una fontana pubblica che si trova nella parte alta del paese con una divisione per l'abbeveratoio degli animali e la fonte per le persone, risalente ai tempi delle prime cure igieniche contro la peste manzoniana.
Alle spalle dell´antica chiesa, si vede la casa parrocchiale ad archi di linea cinquecentesca e, l’una addossata all’altra, le rustiche case tutte a balconate di legno, molte con freschissimi colori intorno alle finestre e sulle stesse facciate in pietra. Disposte a scala su un versante che si fa subito ripidissimo, le baite formano un quadro d'insieme di unità singolare, costituendo un villaggio che è uno degli esempi più interessanti e caratteristici di architettura rustica.
In basso, accanto al torrente c´è il cimitero ornato di vecchie scritte suggestive. Nel 1961 venne eretta una locale scuola elementare. Il borgo venne definitivamente abbandonato a partire dal 1968 a causa del progressivo spopolamento dell'area a vantaggio di paesi più a valle e facilmente accessibili.
Camminando tra i vicoli ci rendiamo conto di come doveva essere genuina ma faticosa la vita quassù. Il nostro viaggio nel tempo prosegue sotto il ripiano del paese, dove il torrente scende a cascata in una forra profonda. Un ponte lo supera e un sentiero prosegue sino a incontrare la contrada di Dasile m1032 ove è la chiesetta dedicata a S. Giovanni Battista, eretta nel 1689 con l´aiuto degli emigrati a Venezia, in una posizione assai panoramica. Qui le case sono più modeste ma tutto è così in ordine che sembra che il borgo sia stato abbandonato non dagli anni sessanta ma da pochi giorni. Dopo la sosta ristoratrice una attenta discesa con migliaia di gradini: in un bellisssimo bosco dai colori autunnali, tra varie cascatelle d'acqua, scendiamo nella Val Crana verso S. Abbondio di Piuro, piccola frazione nei pressi delle cascate. Passiamo il seicentesco crotto Canoa con i suoi caratteristici 14 tavoli in pietra e relative panche, il museo che conserva i reperti dell'antica Piuro, sepolta sotto cumuli di sassi franati dalla montagna nel 1618 e, dopo quattro passi, siamo sotto le cascate dell’Acqua Fraggia a farci le fotografie.
L'Acquafraggia (o Acqua Fraggia) è un torrente che nasce al confine con la Svizzera, dalle pendici della Cima di Lago. E’ di origine glaciale e prende il suo nome dal latino "Aqua Fracta" a rilevare il suo corso impetuoso, ricco di salti d'acqua. Le sue caratteristiche cascate gemelle di fine corso sono state descritte, tra gli altri, da Leonardo da Vinci nel suo Codice Atlantico:
« Su per detto fiume (la Mera) si truova chadute di acqua di 400 braccia le quale fanno belvedere... »
Il torrente Acquafraggia scorre in una valle laterale della Val Bregaglia, la quale ha il tipico profilo a U delle valli di origine glaciale: questo sviluppo rende frequente la formazione di valli sospese, con corsi d'acqua che si riversano nel Mera con notevoli cascate. Nello specifico la conformazione della valle dell'Acquafraggia vede la successione di due valli sospese: la prima ricomprende il Lago a m2043, mentre la seconda inizia poco sopra l'alpeggio di Alpigia, a circa m1700, e include gli abitati di Savogno e Dasile. Nell'ultimo tratto il torrente si fa strada prima con forre scavate dal suo impeto e infine con le già menzionate cascate, che superano l'ultimo scalino verso la Val Bregaglia, prima di confluire nel Mera.
giovedì 2 novembre 2017
1 Novembre 2017
Buon Onomastico a tutti dal Vostro
La prima parte dell’escursione prevede una visita alle
fortificazioni presenti sul crinale a monte del laghetto di Artesso, minuscolo
e grazioso bacino artificiale ricavato, un tempo, per abbeverare i numerosi
capi di bestiame che qui monticavano. Si tratta di sei postazioni blindate per
mortai da 210 mm, poste in avvallamenti riparati dal crinale di cresta e da una
copertura in calcestruzzo. Tutte le postazioni erano collegate fra loro con
passaggi coperti, ora ostruiti. A valle delle cannoniere si trova una linea difensiva di
trincee direttamente affacciata sul Pian di Spagna, all'incrocio fra la
Valtellina e la Valchiavenna. Oggi l'amplissimo panorama è parzialmente celato
dalle piante d'alto fusto cresciute in questi anni; tuttavia fra gli squarci
nella vegetazione si può capire quanto strategico fosse questo luogo.
Ritornati presso il laghetto s'imbocca la mulattiera che risale il
pendio antistante. Si arriva ben presto sul dosso dove sorge il Roccolo di
Artesso per la cattura e l'inanellamento a scopo scientifico degli uccelli. Con alcuni tornanti
si perviene al Rifugio Bellano disponibile però solo per i soci del Gruppo
Escursionistico Bellano. Continuando la salita, lungo il sentiero che prosegue
dal rifugio, troveremo in breve altre trincee molto ben conservate che corrono
a valle del tracciato. A monte del sentiero si trovano, invece, alcuni ricoveri
scavati nella roccia. Con belle vedute sul fondovalle e una piacevole passeggiata
nel bosco il sentiero conduce agevolmente, con poca fatica, all'ampia sella
dei Roccoli Lorla. Bellissimo il prato in
mezzo a boschi di abeti e il suo laghetto. Poco prima della sella di diparte
una sterrata (anche questa è una ex strada militare) che è la via da seguire
per arrivare in cima al Legnoncino. Con piacevolissima camminata fra larici e
abeti, il tracciato guadagna quota e, con alcuni tornanti, termina nei pressi
della chiesetta di San Sfirio (anche qui troviamo tracce di postazioni
militari). Dalla chiesa si prosegue per facile ed aperto crinale fino al cippo
di vetta, alla croce e alla statua della Madonnina. Come accennato il motivo
principale della visita è dato dalle linee fortificate della cosiddetta
"Linea Cadorna", sistema di fortificazioni estesissimo che partiva
dal Gran San Bernardo e terminava in corrispondenza delle valli Malenco e
Fontana, in Valtellina. Tutta la zona
lariana fu interessata dai lavori di questo grande impianto difensivo.
Approfondendo la storia della "Cadorna" scopriamo molte cose
interessanti e, in primo luogo, che nel caotico girotondo di alleanze e
voltafaccia che precedettero la Grande Guerra, eravamo noi italiani a pensare
ad un'invasione della Svizzera e non i tedeschi. Un piano dello Stato Maggiore
del 1912/14 prevedeva l'ingresso delle nostre truppe in Svizzera per andare a
dar manforte ai tedeschi eventualmente impegnati in una guerra con la Francia.
Nel 1917 le cose cambiarono e il generale francese Fajalle e il nostro Cadorna,
pensarono ad un'occupazione preventiva della Confederazione per prevenire un
eventuale attacco tedesco. Fra queste due date la Svizzera fu oggetto di piani
d'invasione tedeschi, per prendere alle spalle francesi e italiani, e francesi,
per aggirare da Sud le linee tedesche. In questo caos, il paese di Guglielmo
Tell risolse brillantemente la faccenda scoraggiando ogni velleità quando si
dichiarò neutrale, ma pronto ad entrare in conflitto con chiunque avesse
minacciato il suo status". I lavori della "Cadorna" furono
ufficialmente iniziati nel maggio del 1916 e si protrassero per tutta la durata
del conflitto: erano condotti sia da personale militare, sia da
imprese civili sotto la direzione del Genio del Regio Esercito. Si fece anche
grande uso di manodopera locale, poco pagata, ma ben lieta di evitare l'impegno
diretto al fronte. Purtroppo quest'ultima speranza cadde per molti con la
sconfitta di Caporetto, allorché, per reggere all'urto delle armate
Austro-Ungariche, fu necessario richiamare tutti al fronte. Le opere difensive
erano costituite da "osservatori" con funzione sia di vedetta sia di
calcolo per dirigere il tiro delle artiglierie. Vi erano poi le
"postazioni fisse" che ospitavano grossi calibri di artiglieria
disposti singoli o in batterie da due-quattro pezzi. Vi erano postazioni
campali, mascherate e ricavate in avvallamenti al riparo dei crinali e
invisibili al nemico; postazioni in casamatta, ospitate in finte dimore di
calcestruzzo o in caverne; postazioni in pozzo, dove la cavità che ospitava il
cannone era riparata da una cupola di ghisa e acciaio. Accanto alle postazioni
d'artiglieria c'erano gli "appostamenti" con i nidi di mitragliatrici
e di mortai e le postazioni per i fucilieri. Tutto il sistema era poi collegato
in varia misura da trincee e camminamenti, oltre che da gallerie che
comunicavano con le diverse postazioni nodali. Il personale militare era,
quindi in grado di muoversi quasi sempre al coperto e protetto. Strade,
sentieri e mulattiere, spesso dei veri capolavori talmente ben costruiti che
sono ancor oggi usati, servivano al collegamento della linea con le retrovie e
i magazzinamenti. Alcune di queste arterie furono anche allargate e trasformate
nelle odierne strade di accesso a questi luoghi. Le postazioni del Legnoncino e
del Legnone erano direttamente affacciate sul solco della Valchiavenna, temuta
direttrice di un'eventuale invasione austro-tedesca passante dallo Spluga e
dall'Engadina. L'escursione termina sulla vetta del Legnoncino nei cui pressi sorge
la chiesetta dedicata a San Sfirio, misterioso santo "endemico" della
Valvarrone. Il Santo appartiene al gruppo dei cosiddetti "sette
fratelli" la cui leggenda si ritrova in diverse versioni e in molte
località alpine. Tutte le storie hanno, però, in comune il fatto che questi
fratelli scelsero di vivere in eremitaggio, ma in località visibili fra di
loro; e per comunicare reciprocamente il loro stato di salute usavano far
segnalazioni fra di loro con grandi fuochi. Il nome dei "sette
fratelli" varia da zona a zona e, a volte, anche all'interno della stessa
area. E' il caso del nostro Sfirio che, a seconda delle versioni fu
"fratello" di Amato, Fedele, Margherita, Eufemia, Ulderico, Miro,
Rocco, Gottardo, Bernardino, Eusebio, Iorio (Giorgio), Gerolamo, Grato,
Calimero, Defendente. Se osserviamo una cartina collegando con linee le
chiesette di questi santi sparse sul territorio, possiamo notare come tutte si
trovino a sentinella di importanti sbocchi vallivi. Evidentemente il Legnoncino, per la sua
posizione panoramica e strategica su Valtellina, Valchiavenna, Valvarrone, sul
Lario e sulla prospiciente Valle dell'Albano, che porta in Ticino, era un punto
di controllo su diverse direttrici viarie.
Alcuni dati:
• Zona: Lario Orientale.
• Punto di partenza: Sueglio, località
Laghetto di Artesso m1191.
• Punto di arrivo: Croce del Legnoncino m1711.
•
Tempo di percorrenza: 1 ora da Artesso ai Roccoli Lorla e altrettanto da
Roccoli Lorla al Legnoncino.
• Dislivello: 260 metri da Artesso ai Roccoli
Lorla e altri 260 m da Roccoli Lorla al Legnoncino.
• Sviluppo del percorso A/R
12 km.
Iscriviti a:
Post (Atom)





