La Sacra di San Michele evoca bellezza, fascino e mistero. Quel mistero che la avvolge fin dalla sua costruzione, avvenuta tra il 983 e il 987 d.C. Un’imponente abbazia che domina la cima del Monte Pirchiriano, all’imbocco della Valle di Susa. Un luogo meraviglioso e denso di spiritualità, custodito in origine dai monaci benedettini e dal 1837 affidato ai padri Rosminiani. La storia, il valore spirituale e il paesaggio che la circonda hanno ispirato lo scrittore Umberto Eco per il best-seller “Il nome della Rosa”.
Scopriamo i suoi principali punti d’interesse rivelati dalla nostra “ciciarona” durante la visita.
Il Sepolcro
dei Monaci.
Consiste dei resti di un antico tempietto. E’ così chiamato perché ritenuto una
cappella cimiteriale, ma appare più realistica l’ipotesi che vede in questa
cappella, a forma ottagonale, la riproduzione del Santo Sepolcro di
Gerusalemme. La costruzione, prettamente cristiana, risale al
secolo X. Questa chiesa, ancora intatta nel 1621 e dedicata a Santo Stefano,
cominciò a rovinare nel 1661, fino a diventare molto presto un rudere.
Le
foresterie. Si trovano
in due appositi edifici. L’edificio della Foresteria
Grande fu costruito verso la fine del secolo XI, quando la fama
dell’ospitalità dei monaci era già tale da richiedere un vero e proprio ospizio
staccato dal monastero: era quindi la zona dell’hospitale destinata ai pellegrini e agli ospiti. L’attuale è in
gran parte una ricostruzione avvenuta tra la fine dell’ottocento e l’inizio del
novecento, durante la quale venne posta una merlatura a coronamento
dell’edificio. L’errore fu però notevole in quanto stilisticamente tale
merlatura è ghibellina (a coda di rondine), mentre l’abbazia essendo legata al
papato avrebbe dovuto avere una merlatura guelfa (a parallelepipedo semplice). La Foresteria Piccola è
sorta probabilmente come luogo di servizio.
L’ingresso
e la statua di San Michele. Siamo di
fronte alla parte più imponente dell’abbazia. Il massiccio della facciata (m41
di altezza) è rotto
dalla combinazione coloristica e geometrica delle linee rette del basamento
grigio-ferrigno con le curve piene della chiesa verdognola, coronata
dall’abside centrale e da quel trionfo di galleria ad archetti (Loggia dei Viretti) che è fra i
migliori esempi di logge absidali romaniche. I monaci benedettini intrapresero
il ciclopico lavoro di costruzione del basamento nella prima metà del secolo XII,
per erigervi sopra la grande chiesa a cinque absidi. Su uno spuntone di roccia
esistente tra il Monastero Vecchio e il basamento della chiesa, è collocata la statua
di San Michele Arcangelo creata dallo scultore altoatesino Paul dë Doss-Moroder. Si tratta di una nuova e originale interpretazione dell’Arcangelo
Michele. L’artista descrive così la sua opera: “L’opera si compone di due parti: in una, San Michele Arcangelo sta
sulla roccia viva, la stessa su cui è eretta l’Abbazia; nell’altra, le ali
dell’Angelo del Male, sconfitto, sprofondano nelle tenebre ai piedi della
roccia sporgente”.
Lo Scalone dei Morti e il Portale dello Zodiaco. Si giunge grazie a un ampia e ripida scalinata scavata nella roccia, la cui edificazione pare risalire alla metà del secolo XII. Superati i primi scalini, si lascia un pilastro di oltre m18 che sostiene il pavimento della sovrastante chiesa e uno spuntone di roccia che emerge e si perde nel muro di fronte. Fino al 1936 erano custoditi nelle nicchie laterali alcuni scheletri di monaci. Giunti alla sommità dello Scalone dei Morti si attraversa il Portale dello Zodiaco (1128-30), opera romanica scolpita dal Maestro Nicolao, famoso architetto-scultore piacentino. È così denominato perché gli stipiti nella loro facciata rivolta verso lo scalone sono scolpiti a destra con i dodici segni zodiacali e a sinistra con le costellazioni australi e boreali. Storicamente più importante è la faccia centrale dello stipite destro sul quale, ai bordi di una scena di caccia alla lepre, stanno due versi scritti in latino. Di notevole pregio i capitelli storici e simbolici: Caino e Abele, tre persone furibonde che si strappano i capelli a vicenda, le avventure di Sansone, due donne che allattano quattro serpenti, quattro falconi in cerchio, il leone furente, tre tritoni (busti umani cui si innestano code di pesce). Molto significative anche le basi delle colonne: tre leoni che si rincorrono e due grifoni che beccano una testa d’uomo.
Gli archi rampanti e il portale di ingresso. Superato il Portale dello Zodiaco si affronta l’ultima rampa di salita alla chiesa: è una solenne scala in pietra verde, sotto il gioco di quattro imponenti contrafforti e archi rampanti. Questa zona era, a fine ottocento, completamente occupata da costruzioni e dunque il Portale dello Zodiaco non dava accesso a un terrazzo aperto, bensì ad ambienti coperti attraverso i quali si giungeva alla chiesa. Si intervenne demolendo tali ambienti e progettando la scalinata e gli archi rampanti, per far fronte al dissesto statico della parete sud della chiesa. L’artistico portale d’ingresso, di derivazione romanica in pietra grigia e verde che conduce in chiesa, è osservabile da uno spazioso ripiano. Fu costruito dagli architetti di Ugone nei primi anni del 1000. Molto elegante, a tutto sesto, dall’ampia strombatura, comunica tuttora un forte senso di accoglienza, di sicurezza, di calma. Gli archi fatti a spigolo e a cordoni sono sostenuti da semi colonnine a capitelli floreali. È sovrastato da un gocciolatoio che termina con la testa di un monaco incappucciato e con quella di un ragazzo (ora mancante). Le colonnine con archetti trilobati chiaramente gotici e aggiunti tardivamente, sono i resti del portico che proteggeva il portale. I battenti della porta in noce, eseguiti nel 1826, mostrano le armi di San Michele Arcangelo e il diavolo in forma di serpente ma con volto umano.
La Chiesa e le opere pittoriche. Il Santuario
romanico-gotico che accoglie oggi il visitatore alla sommità del monte Pirchiriano venne realizzato e
modificato nel corso di più secoli. Vi appaiono tre generi di architettura: romanico nella parte absidale orientata
verso il punto esatto in cui sorge il sole il giorno della festività di San
Michele (29 settembre), nella prima arcata e relative finestre e colonne; romanico di transizione nelle due
successive arcate con pilastri a fascio e archi acuti, e uno gotico di scuola piacentina nella
decorazione del finestrone dell’abside centrale e nelle due finestre delle
navate minori. L’inizio dei lavori di costruzione della chiesa è di difficile
datazione, ma si suppone che l’avvio sia stato commissionato dall’abate Stefano
(1148 e il 1170). Originariamente la chiesa doveva essere sormontata da volte a
crociera analoghe alle attuali. Tali volte crollarono e, nel Seicento, furono
sostituite nella navata centrale da una pesante volta a botte, che esercitava
una notevole spinta sui muri laterali, minacciandone la stabilità e creando
pericolo di ribaltamento. Per far fronte a questa minaccia, durante i restauri
di fine Ottocento, fu demolita la volta a botte e sostituita con una triplice
volta a crociera. All’interno della
chiesa sono presenti imponenti colonne, numerose colonnette, lesene e
spigoli, il tutto coronato da suggestivi e simbolici capitelli. Di particolare
interesse il primo pilastro a sinistra della navata centrale, sotto il quale
affiora per 15 centimetri la cima del monte Pirchiriano, “culmine vertiginosamente santo”. Le tre absidi si distinguono per il rosso dei mattoni che le
rivestono. In quella centrale si aprono ai lati due spaziose nicchie con una
propria finestra romanica e sopra queste è presente una croce greca
profondamente scavata nel muro. Nella cornice strombata del finestrone absidale si suppone siano
raffigurati i profeti maggiori (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele) mentre la
base è occupata dalla scena dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria.
Ai lati del finestrone quattro semicolonne sovrastate dalle figure dei quattro
evangelisti con i loro simboli. Al fondo
della navata centrale della chiesa si apre un ambiente a pianta irregolare
denominato “Coro Vecchio”. È quanto
rimane della chiesa di Ugone, luogo in cui abbonda il materiale pittorico di
fine ‘400 e inizio ‘500. Oggi accoglie dieci sarcofagi di pietra contenenti le
salme dei principi di casa Savoia traslate dal Duomo di Torino nel 1836, quando
re Carlo Alberto le consegnò in custodia, con l’intera abbazia, ai religiosi
rosminiani. Diverse sono anche le
importanti opere pittoriche presenti alla Sacra di San Michele, di
derivazione religiosa e in cui sono raffigurati la Madonna, Gesù e San Michele
arcangelo in diversi momenti, dall’Assunzione, la Deposizione di Gesù, la
Natività.
PRIMITIVO SANTUARIO DI SAN MICHELE. È composto da 3 sacelli absidali,
ai quali si accede dalla navata centrale scendendo 12 antichissimi scalini
assai logori, che fanno pensare alle migliaia di pellegrini che li calpestarono
fin dal lontano Medioevo. Gli studiosi concordano nell’individuare qui la prima
Sacra ed il momento storico originario del suo culto a Michele. Siamo nel luogo
più sacro dell’Abbazia.
TRITTICO DI DEFENDENTE FERRARI (1520 circa). È il capolavoro più
prezioso che possiede la Sacra. Prelevato dall’altare maggiore, è stato poi
restaurato e posto nel Coro Vecchio. Nel centro domina, in piedi su un arco di
luna, in una mandorla d’oro, circondata da 12 cherubini, una delicata Madonna
che allatta il Bambino Gesù. I pannelli laterali rappresentano l’uno San
Michele Arcangelo che sconfigge il demonio, l’altro San Giovanni Vincenzo, che
presenta alla Vergine il committente dell’opera Urbano di Miolans, abate
commendatario della Sacra dal 1503 al 1522. La vezzosità del Bambinello è
mirabile e naturalissima è la posizione dei piedini. Lo splendido viso di Maria
ispira fiducia: lo sguardo è modesto e l’impressione generale è di malinconia
dolce, innocenza e pudore.
GRANDE AFFRESCO DELL’ASSUNZIONE (1505). È il più grande affresco
che si conserva alla Sacra, dipinto nel 1505. È un’opera di grandi dimensioni
eseguita in gran parte da Secondo del Bosco di Poirino, ma certamente presenta
anche la mano di un suo scolaro. Il pittore seppe dividere lo spazio con ottimo
criterio distribuendovi tre scene: la Sepoltura di Gesù, la dormizione di Maria
(soggetto piuttosto raro), la Madonna Assunta. La scena migliore è quella di
Gesù calato nel sepolcro, per l’espressivo dolore del viso e il movimento
accentrato delle persone.
AFFRESCO DELLA LEGGENDA (fine 1600?). È dipinto a linee
rosse e bianche su sfondo giallastro e riassume la storia, mista a leggenda,
della fondazione del Santuario. In alto a destra sono raffigurati San Giovanni
Vincenzo che taglia le travi per costruire una chiesetta a San Michele sul
monte Caprasio, angeli e colombe che trasportano le travi dal monte Caprasio
alla cima del Pirchiriano. In alto il
monastero di San Michele già costruito, avvolto da tre fiammate a significare
l’angelica apparizione. Al centro il Vescovo di Torino Amizone che sale da Avigliana
e trova la chiesa già consacrata dagli Angeli. In basso il corteo di Ugo di
Montboissier che da Susa si dirige verso il Pirchiriano per fondarvi il
Monastero.
DEPOSIZIONE DI GESU’ DALLA CROCE E PREDICA DEI MORTI (1505-1510).Sulla parte superiore del pilastro del Coro Vecchio è affrescata la deposizione di Gesù: le figure sono ispirate a quelle di Gesù sepolto del grande affresco. Nella parte inferiore la scena curiosa di due scheletri che parlano ad un gruppo di fedeli attraverso due cartigli, uno in latino, che invita alla pietà per i defunti e uno in francese arcaico che esorta i viventi a pregare per i trapassati e a ricordare il comune destino mortale.

