lunedì 16 febbraio 2026

 Edo, Ezio & Galdi


Dai pascoli in alta quota emergeva un leggero riverbero, una bellezza profonda s’impadroniva della mia ragione. Ero estasiato.
“Stai guardando?”, mi disse.
“Certo!”, risposi.
“No, tu non stai guardando, stai vedendo”.
Quella frase mi colpì profondamente.
“C’è una profonda differenza tra “guardare” e “vedere”, non sono sinonimi. Guardare è più freddo, analitico; pensa allo stesso verbo “guardare”, stare in guardia, controllare. Vedere, invece, implica un’emozione, qualcosa di partecipe. Chi vede percepisce col sentimento, quando “vedi”, sei direttamente coinvolto. Guardare e vedere sono entrambi azioni di osservazione, uguali nella forma ma diverse nella sostanza. Chi “vede” prende coscienza e comprende”.
“Non voglio contraddirla, ma anche l’atto del “guardare” richiede sforzo e attenzione” obiettai.
Lui sorrise dolcemente, senza scomporsi: ”Guardare non è risolutivo. Potremmo farlo per un tempo infinito, senza arrivare a conclusioni. Alla fine, devi comunque “vedere”. Chi vede ha compreso ciò che ha guardato”.
La mia mente si apriva, accogliendo suoni, colori e profumi della montagna. Le sue parole non erano solo parole, ma pensieri completi che venivano assorbiti e interpretati.
Forse avevo capito: guardare è necessario, ma non sufficiente 
per vedere veramente, con il coinvolgimento della coscienza.
 
Tratto da IL FRATE E IL CECCHINO di Giovanni Perelli - 2024 - Alpina Editrice.
 


















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