lunedì 18 maggio 2026

 Galdino e
gli amici della UOEI


Dalla pianura, la prima cosa che si nota è un profilo di pietra che si alza netto sopra i boschi. Più ci si avvicina alla Val di Susa, più la Sacra di San Michele sembra cambiare forma: da lontano appare come una fortezza compatta, da sotto si scopre fatta di archi, scalinate scavate nella roccia e terrazze affacciate sulla valle. Mille anni di storia, leggende medievali, e un paesaggio che abbraccia Torino, Avigliana, con i suoi laghetti, e tutta la bassa valle. Varcato il primo ingresso, l’impatto è immediato: la roccia del Monte Pirchiriano entra letteralmente dentro l’abbazia, le pareti sono fredde al tatto, la luce filtra stretta tra archi e scalini. Ogni spazio ha una storia da conoscere e …da fotografare. Il Portale Carlo Felice, con le armi di San Michele nella parte bassa e il diavolo incatenato in alto, mette in chiaro la simbologia di questo luogo: protezione e lotta contro il male. Poco dopo, la grande statua moderna dell’Arcangelo, alta più di cinque metri, posata su uno sperone roccioso. Saliamo lo Scalone dei Morti, 243 scalini ripidi in parte scavati nella pietra. Il respiro si fa corto sia per la fatica sia per l’atmosfera: la nicchia centrale, che fino al Novecento custodiva gli scheletri di alcuni monaci, ricorda che questo era anche luogo di sepoltura. L’imponente pilastro che sorregge il pavimento della chiesa, visibile lungo la scalinata, rende chiaro quanto l’architettura poggi direttamente sulla montagna. In cima allo scalone s’incontra il Portale dello Zodiaco, uno dei capolavori romanici della Sacra. Gli stipiti sono scolpiti con i segni zodiacali da una parte e le costellazioni dall’altra. Superata l’ultima rampa di scale, si entra nella chiesa vera e propria. Le cinque navate rivelano strati di storia: absidi romaniche, archi acuti di transizione verso il gotico, finestre decorate di scuola piacentina. I 139 capitelli scolpiti che coronano colonne e colonnine mostrano scene bibliche, animali, motivi vegetali; nel Coro Vecchio s’incontrano dipinti quattrocenteschi e cinquecenteschi e i sarcofagi in pietra dei principi di Casa Savoia, portati qui nell’Ottocento su volontà di Carlo Alberto. Nella parte più antica, le tre cappelle primitive, paleocristiana, longobarda e del X secolo legata a San Giovanni Vincenzo, formano una tricora, il nucleo originario dell’insediamento. Dalla chiesa si passa alle Rovine del Monastero Nuovo, un gigantesco scheletro in muratura affacciato sul vuoto, con archi e pilastri alti fino a circa 50 metri. Sull’orlo, la Torre della Bell’Alda richiama una delle leggende più note.

In epoca medievale, una bellissima e devota fanciulla del posto di nome Alda salì al santuario per pregare. Il complesso fu assalito da soldati di ventura che iniziarono a saccheggiare la zona e a inseguire la ragazza. Braccata e senza via di fuga, Alda corse in cima alla torre più alta a strapiombo sul precipizio. Piuttosto che subire violenze e cadere nelle mani dei soldati, raccomandò la sua anima alla Madonna e si gettò nel vuoto. Mossi a compassione dalla sua purezza e disperazione, la Vergine e due angeli accorsero in suo aiuto, sorreggendola in volo e facendola atterrare a valle completamente illesa. Tornata in paese, Alda raccontò il prodigio ai suoi compaesani. Nessuno però volle crederle, accusandola di inventare falsità e schernendola. Ferita nell'orgoglio e accecata dalla vanità, la ragazza volle dimostrare a tutti i costi la verità del suo racconto. Sfidando la sorte e mossa stavolta dalla pura superbia, risalì sulla torre davanti alla folla e si gettò nuovamente nel vuoto. Questa volta il cielo la abbandonò: Alda si sfracellò sulle rocce sottostanti.

Gli ambienti interni includono anche le Antiche Sale Savoia, allestite con arredi ottocenteschi in cui la famiglia reale frequentava regolarmente l’abbazia, e la Biblioteca, rinata nell’Ottocento con i Padri Rosminiani e oggi custode di circa 10.000 volumi, con testi del Seicento e Settecento. La Sacra di San Michele nasce tra il 983 e il 987, in un punto dove la montagna sale netta dalla valle. La tradizione attribuisce l’avvio dei lavori a San Giovanni Vincenzo, arcivescovo di Ravenna diventato eremita in Val di Susa. Le fonti parlano di un primo progetto sul Monte Caprasio, ma la leggenda racconta altro: ogni notte le pietre accatastate scivolavano misteriosamente sulla montagna di fronte, il Monte Pirchiriano. L’interpretazione fu chiara per l’epoca: il santuario andava costruito dove gli “angeli” spostavano il materiale. Un altro episodio entrato nel racconto popolare riguarda il vescovo di Torino Amizone. Al momento della consacrazione, avrebbe trovato la chiesa già “unta” con oli profumati, come se la cerimonia fosse stata celebrata da mani non umane. È da qui che deriva il termine “Sacra”, inteso come “già consacrata”. Nei secoli successivi interviene anche la storia documentata: il nobile francese Hugon di Montboissier, spinto a espiare le proprie colpe, riceve dal Papa la richiesta di proseguire i lavori. L’abbazia diventa così un grande cantiere spirituale e materiale, punto di passaggio obbligato lungo i percorsi dei pellegrini verso Roma, come la Via Francigena e il Sentiero dei Franchi. Dopo un lungo periodo di splendore benedettino, dal 983 al 1622, la comunità si assottiglia, i monaci se ne vanno e gli edifici entrano in una fase di abbandono durata quasi due secoli. Nel 1836 il re Carlo Alberto di Savoia rimette la Sacra al centro della scena, la affida ad Antonio Rosmini e ai padri rosminiani e avvia un ampio progetto di recupero. Oggi l’abbazia è riconosciuta come monumento simbolo del Piemonte e appare nello stemma culturale della regione. Un elemento che affascina molti visitatori è la cosiddetta Via Michaelica o via Angelica: una linea immaginaria lunga circa 2.000 chilometri che collega sette santuari dedicati a San Michele, dallo Skellig Michael in Irlanda fino al Monastero di Stella Maris in Israele. La Sacra si trova a metà tra Mont Saint-Michel in Francia e il santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano. Il complesso ha colpito anche la letteratura contemporanea. Molti vedono nella Sacra uno dei modelli che hanno ispirato Umberto Eco per l’abbazia del romanzo “Il Nome della Rosa”: corridoi stretti, scale ripide, architetture massicce in posizione isolata. Noi che arriviamo a piedi, salendo tra i castagni e vedendo l’edificio svelarsi un po’ alla volta, ritroviamo facilmente l’atmosfera descritta nelle pagine del libro. Partiamo da Chiusa di San Michele con la mulattiera boschiva che ricalca in parte il percorso dei pellegrini medievali, un percorso legato alla devozione e alla storia dei viandanti.

Lo so…lo so…sono stato un po’ lungo e “precisino” nella spiegazione. La nostra “ciciarona” ha snocciolato con competenza molte notizie, nomi, date, spiegazioni d’arte e storiche,… Ma la mia memoria ha ormai i suoi anni e perciò mi sono fatto aiutare dall’amico Interdett. Scusatemi…ma penso che ne valeva veramente la pena! 


























San Cristoforo, Patrono dei Viandanti

La predica dei Morti, l'affresco più antico sec. XIV










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