Dalla pianura, la prima cosa che si nota è un profilo di pietra che si alza netto sopra i boschi. Più ci si avvicina alla Val di Susa, più la Sacra di San Michele sembra cambiare forma: da lontano appare come una fortezza compatta, da sotto si scopre fatta di archi, scalinate scavate nella roccia e terrazze affacciate sulla valle. Mille anni di storia, leggende medievali, e un paesaggio che abbraccia Torino, Avigliana, con i suoi laghetti, e tutta la bassa valle. Varcato il primo
ingresso, l’impatto è immediato: la roccia del Monte Pirchiriano entra
letteralmente dentro l’abbazia, le pareti sono fredde al tatto, la luce filtra
stretta tra archi e scalini. Ogni spazio ha una storia da conoscere e …da
fotografare. Il Portale Carlo Felice, con le armi di San Michele nella parte
bassa e il diavolo incatenato in
alto, mette in chiaro la simbologia di questo luogo: protezione e lotta contro
il male. Poco dopo, la grande statua moderna dell’Arcangelo, alta più di
cinque metri, posata su uno sperone roccioso. Saliamo lo Scalone dei Morti, 243 scalini ripidi
in parte scavati nella pietra. Il respiro si fa corto sia per la fatica sia per
l’atmosfera: la nicchia centrale, che fino al Novecento custodiva gli scheletri
di alcuni monaci, ricorda che questo era anche luogo di sepoltura. L’imponente
pilastro che sorregge il pavimento della chiesa, visibile
lungo la scalinata, rende chiaro quanto l’architettura poggi direttamente sulla
montagna. In cima allo scalone s’incontra il Portale dello Zodiaco, uno dei capolavori
romanici della Sacra. Gli stipiti sono scolpiti con i segni zodiacali da una parte e
le costellazioni dall’altra. Superata
l’ultima rampa di scale, si entra nella chiesa vera e propria.
Le cinque navate rivelano strati di storia: absidi romaniche, archi acuti di
transizione verso il gotico, finestre decorate di scuola piacentina. I 139 capitelli scolpiti che
coronano colonne e colonnine mostrano scene bibliche, animali, motivi vegetali;
nel Coro
Vecchio s’incontrano
dipinti quattrocenteschi e cinquecenteschi e i sarcofagi in pietra dei principi
di Casa
Savoia,
portati qui nell’Ottocento su volontà di Carlo Alberto. Nella parte più antica,
le tre cappelle
primitive,
paleocristiana, longobarda e del X secolo legata a San Giovanni Vincenzo,
formano una tricora, il nucleo originario dell’insediamento. Dalla chiesa si
passa alle Rovine
del Monastero Nuovo, un gigantesco scheletro in muratura affacciato sul
vuoto, con archi e pilastri alti fino a circa 50 metri. Sull’orlo, la Torre della Bell’Alda richiama una
delle leggende più note.
In epoca medievale, una bellissima e devota fanciulla del posto di nome
Alda salì al santuario per pregare. Il complesso fu assalito da soldati di
ventura che iniziarono a saccheggiare la zona e a inseguire la ragazza.
Braccata e senza via di fuga, Alda corse in cima alla torre più alta a
strapiombo sul precipizio. Piuttosto che subire violenze e cadere nelle mani
dei soldati, raccomandò la sua anima alla Madonna e si gettò nel vuoto. Mossi a
compassione dalla sua purezza e disperazione, la Vergine e due angeli accorsero
in suo aiuto, sorreggendola in volo e facendola atterrare a valle completamente
illesa. Tornata in paese, Alda raccontò il prodigio ai suoi compaesani. Nessuno
però volle crederle, accusandola di inventare falsità e schernendola. Ferita
nell'orgoglio e accecata dalla vanità, la ragazza volle dimostrare a tutti i
costi la verità del suo racconto. Sfidando la sorte e mossa stavolta dalla pura
superbia, risalì sulla torre davanti alla folla e si gettò nuovamente nel
vuoto. Questa volta il cielo la abbandonò: Alda si sfracellò sulle rocce
sottostanti.
Gli
ambienti interni includono anche le Antiche Sale Savoia, allestite con
arredi ottocenteschi in cui la famiglia reale frequentava regolarmente
l’abbazia, e la Biblioteca, rinata nell’Ottocento con i Padri
Rosminiani e oggi custode di circa 10.000 volumi, con testi del Seicento e
Settecento. La Sacra di San Michele nasce tra
il 983 e il 987, in un
punto dove la montagna sale netta dalla valle. La tradizione attribuisce
l’avvio dei lavori a San Giovanni Vincenzo, arcivescovo di Ravenna diventato
eremita in Val di Susa. Le fonti parlano di
un primo progetto sul Monte Caprasio, ma la leggenda racconta altro: ogni notte
le pietre accatastate scivolavano misteriosamente sulla montagna di fronte,
il Monte Pirchiriano. L’interpretazione fu chiara per l’epoca: il
santuario andava costruito dove gli “angeli”
spostavano il materiale. Un altro episodio entrato nel racconto popolare
riguarda il vescovo di Torino Amizone. Al momento della
consacrazione, avrebbe trovato la chiesa già “unta” con oli profumati, come se la cerimonia fosse stata
celebrata da mani non umane. È da qui che deriva il termine “Sacra”, inteso come “già consacrata”. Nei secoli successivi
interviene anche la storia documentata: il nobile francese Hugon di
Montboissier, spinto a espiare le proprie colpe, riceve dal Papa la
richiesta di proseguire i lavori. L’abbazia diventa così un grande cantiere
spirituale e materiale, punto di passaggio obbligato lungo i percorsi dei
pellegrini verso Roma, come la Via Francigena e il Sentiero
dei Franchi. Dopo un lungo periodo di splendore benedettino, dal 983 al
1622, la comunità si assottiglia, i monaci se ne vanno e gli edifici entrano in
una fase di abbandono durata quasi due secoli. Nel 1836 il re Carlo Alberto di Savoia rimette
la Sacra al centro della scena, la affida ad Antonio Rosmini e
ai padri rosminiani e avvia un ampio progetto di recupero. Oggi l’abbazia è
riconosciuta come monumento simbolo del Piemonte e appare
nello stemma culturale della regione. Un elemento che affascina molti
visitatori è la cosiddetta Via Michaelica o via Angelica:
una linea immaginaria lunga circa 2.000 chilometri che collega sette santuari
dedicati a San Michele, dallo Skellig Michael in Irlanda fino al
Monastero di Stella Maris in Israele. La Sacra si trova a metà tra Mont Saint-Michel in Francia e il santuario di Monte
Sant’Angelo sul Gargano. Il complesso ha colpito anche la letteratura
contemporanea. Molti vedono nella Sacra uno dei modelli che hanno
ispirato Umberto Eco per l’abbazia del romanzo “Il Nome della Rosa”: corridoi stretti,
scale ripide, architetture massicce in posizione isolata. Noi che arriviamo a
piedi, salendo tra i castagni e vedendo l’edificio svelarsi un po’ alla volta,
ritroviamo facilmente l’atmosfera descritta nelle pagine del libro. Partiamo da
Chiusa di San Michele con la
mulattiera boschiva che ricalca in parte il percorso dei pellegrini medievali, un
percorso legato alla devozione e alla storia dei viandanti.

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