lunedì 21 maggio 2018

20 maggio 2018
da il benvenuto alla U.O.E.I. di  Bergamo.

Pensavo…di conoscere bene il salotto di casa mia, l’alta Valle Imagna, essendovi nato e dopo una vita pedestre per diletto e svago. Non è così in realtà: mentre preparavo il volantino di questa gita e aver trafficato tra libretti ricchi d’informazioni e fotografie esplicative, mi sembrava di leggere alcune descrizioni e storie di luoghi lontani e sconosciuti. Conosco le qualità tipiche dei Valdimagnini, fieri abitanti di questa valle appartata e chiusa come in uno scrigno: sono quelle dei tipici montanari attaccati alla loro terra, nonostante gli allettamenti della comoda vita della città. Mi concedo un breve viaggio “scritto”, alla scoperta di questi capolavori d’arte e natura, scusandomi per i moltissimi “giganti” non menzionati: non volevo che quest’articolo lo leggeste a Natale …del prossimo anno!! E poi, tu che leggi, sei a un tiro di schioppo da questa valle, da qualunque parte arrivi!







Parto dalle antiche contrade come Arnosto (Fuipiano), esempio unico di architettura tradizionale: fu antica sede della dogana veneta perché da qui passava il confine tra il ducato di Milano e la serenissima repubblica di Venezia; Cà Gavaggio (Corna), antico nucleo rurale che conserva tutti gli elementi funzionali legati all’attività agricola contadina; la Valle del Brunone che è stata riconosciuta Monumento Naturale, un giacimento paleontologico di rilevanza mondiale, dove sono presenti importanti strati fossiliferi risalenti al Triassico Superiore. E la ghiacciaia del borgo di Amagno (Strozza), un esempio ben conservato dell’antenato del frigorifero; San Defendente sec. XIV-XV (Roncola); la chiesetta della Mortesina sec. XIII (Capizzone). Veri monumenti vegetali sono i Tre Faggi (Fuipiano), alberi secolari già esistenti al tempo di Garibaldi, o il Grande Faggio di Brumano. E’ la valle dove si presenta il più alto numero di fenomeni carsici, grotte e cavità naturali, di tutta la provincia: incredibili gallerie sotterranee ricche di “sale“ modellate dal corso millenario dell’acqua fanno della valle il “paradiso” degli speleologi e racchiudono al loro interno una miscela di mistero, avventura e impressionanti tesori naturali. Parlo della favolosa Grotta Europa (Bedulita): un’enorme sala di 40 metri con un’altezza di 17, ricca di concrezioni meravigliose e con una cascata; della Grotta Val d’Adda (Cepino), della Grotta Tomba dei Polacchi (Rota) o della Grotta del Forgnone (Brumano), … Siamo tutti delle aquile: vediamo benissimo in lontananza, fuori dalla provincia, dalla regione e addirittura dalla nazione ma non vediamo le cose che sono sotto… è proprio il caso di dirlo …il nostro naso!. E le numerose tribuline (o santelle) edificate dalla gente locale come segno di devozione e “grazia ricevuta”, da sempre espressione dell’arte e della religiosità popolare che continuano a connotare il nostro paesaggio. Non ha bisogno di presentazione il Santuario della Cornabusa (Cepino): durante le battaglie tra guelfi e ghibellini la popolazione si rifugiò in questa grotta e una donna vi nascose una statuetta di Maria Addolorata. Tempo dopo una pastorella sordo-muta la ritrovò ed ebbe in dono udito e parola: da allora la devozione non si è più interrotta. Il Santuario della Cornabusa si riempie ogni anno di auto targate Svizzera, Francia, Germania, Belgio. Non sono tutte occupate da forestieri: sono emigranti o figli di vecchi emigranti, ormai trapiantati all’estero, che vengono alla ricerca delle loro “radici”. Però anche l’alta Valle Imagna, oggi Valle dei 5 Campi (Locatello, Corna, Fuipiano, Brumano, Rota), si sta scrollando di dosso il suo operoso torpore e presenta al pubblico i suoi incantevoli paesaggi e la sua preziosa quiete che ha sinora salvato le memorie di un passato che è eredità di ognuno di noi. E i personaggi famosi: da papa Giovanni XXIII (Roncaglia di Corna) all’architetto Giacomo Quarenghi (Rota); da Vittorio Manini (S. Omobono) ad Antonio Sibella (Rota), artisti straordinari nel campo dei dipinti; ai semplici “don Camillo”, parroci che “hanno costruito il paese”, essendovi stati per decenni (Don Sebastiano per 57 anni a Locatello, Don Beniamino per 58 a Brumano, Don Amadio per 60 a Fuipiano).









Mi permetto una data e due righe in più per le sculture del “mago della montagna”, dove la pietra cessa di essere solamente il semplice materiale per la costruzione di case e stalle, utilizzata nei pavimenti, per i muri o nelle caratteristiche coperture dei tetti, ma inaspettatamente diventa la materia prima da cui ricavare un’opera d’arte. Dall’utile (o necessario) al bello, anche sotto il profilo estetico e del gusto popolare. E’ il frutto di Carlo Vitari, personalità eclettica e affascinate che fu maestro di Brumano sin dal 1892. E’ saggio percorrere questi sentieri alla ricerca delle opere per avvicinarsi a un’antica tradizione da recuperare. I bassorilievi si trovano quasi tutti nel medesimo luogo, dove furono pensati e scolpiti: sono una piccola parte sono stati spostati per salvarli dalla distruzione. Per conoscere queste opere, tutte all’aperto e sempre visibili, abbiamo ripercorso idealmente l’itinerario, in senso opposto, seguito dai viaggiatori che salivano a Brumano da Rota, lungo l’antica mulattiera.

Tornare indietro nel tempo ogni tanto mi fa bene al cuore! Non si può tornare indietro, ma io devo!.
E spegni quel tuo maledetto smartphone che mi stai rompendo i c…..!!

  




Le fotografie sono dell'escursione di oggi e della pre-escursione di sabato 14 aprile.

venerdì 11 maggio 2018

10 maggio 2018



BRUNATE (sentiero alto) - CASTEL D’ARDONA - MONTEPIATTO (sentiero basso) -  BRUNATE 

Da Brunate (Como) prendo per San Maurizio, la parte alta del paese, dove lascio la macchina. Ma che cosa ci fa un faro in alta montagna mi chiedo? Costruito nel 1927 nel centenario della morte di Alessandro Volta, irradia una luce bianca, rossa e verde visibile a quaranta chilometri di distanza. Proseguo sino al Ristorante CAO (e alla sua Santella? Chiesetta?) e dopo la Baita Carla incontro un sentiero in leggera discesa.









Raggiunto il monte Croce d'Ardona (m. 1005) un percorso in discesa mi porta al nostro maniero. Dietro ai due pilastri che sostenevano il cancello d'ingresso della proprietà, una stradina, ingombra di alberi caduti e di siepi decisamente troppo cresciute, sale verso la costruzione, posta su un cucuzzolo. 



Si tratta di un edificio di modeste dimensioni, completamente in rovina, con una merlatura ghibellina alla quale, forse, deve lo strano nome. Una torre malconcia, spunta dalla roccia e tutt'attorno, muraglioni crollati e muri che mostrano evidenti segni di instabilità. Profondi trabocchetti, sono parzialmente nascosti dalla vegetazione: probabilmente sono le cisterne usate come riserve d'acqua. L'ambiente è, insomma, molto pericoloso. Concludendo, devo riconoscere, con delusione, che questi ruderi non sono all'altezza del loro nome altisonante. 
La villa, chiamata Castel d'Ardona, sorse nel 1894, su un'anticima del monte Croce d'Ardona, per volontà di Angelo Ruspini, esponente di una nobile famiglia lariana. Alla sua morte la proprietà passò al Gruppo Aziendale Tintoria Comense. Per un po' venne utilizzata come luogo di vacanza per i figli dei dipendenti della più grande tintoria di Como, l'arcinota TICOSA. Viene abbandonata perché, nel frattempo, la "colonia montana", molto diffusa fino a metà del '900, sta esaurendo la sua funzione. 


A sinistra dell'ingresso, dove sorgono i due pilastri, parte un sentiero che, con una lunga serie di tornanti, permette di scendere a Montepiatto. All'ingresso del paesino mi accoglie, sulla sinistra un magnifico faggio rosso di notevoli dimensioni e sulla destra la Trattoria Crotto Montepiatto dell’amico Diego (ha appena riaperto i battenti!). Dopo aver mangiato un buon piatto di polenta uncia vado a rivedere la Chiesa di S. Elisabetta (notevole il panorama sul lago!) e la Pietra Pendula. Stavolta, forse, riesco a farla rotolare giù dal piedistallo. 








Lasciati gli ultimi tetti di Montepiatto, tra varie vallette, con un facile itinerario a mezza costa, passo dal Sasso del Lupo. Appoggiato direttamente a terra, è un’enorme lastra di ghiandone, di 20 metri di lunghezza, 10 di larghezza e 8 di altezza, e un peso di circa 4000 tonnellate. Il Sasso del Lupo forma una sorta di “antro” con il dorso della montagna: secondo la tradizione popolare, in questa “tana” si sarebbe nascosto un terribile lupo che rapiva i bambini cattivi e disobbedienti.
 




Ritornato a Brunate, abbandono la “Strada Regia”: il tracciato, in uso fino a i primi anni del ‘900, collegava Como a Brellagio. Chiedo informazioni per ritornare a San Maurizio: niente di particolare…solo due chilometri…in salita!!!



mercoledì 9 maggio 2018

9 maggio 2018
Nei boschi di CAGLIO

Ho voluto terminare l’itinerario (clicca qui) che avevo fatto poco tempo fa partendo da Rezzago. Così completo è un bel giro, prevalentemente in mezzo a castagni secolari, di circa tre orette e mezzo con un dislivello di circa 250 metri. 



Dal santuario della Madonna di Campoè (sul luogo esisteva nel Medioevo un’edicola mariana. Verso la fine del 1600, a seguito di un evento miracoloso, la comunità cagliese aumentò l’edificio nelle dimensioni odierne) si prosegue pianeggiando verso la strada asfaltata che si adagia sui terrazzi morenici del Pian delle noci e del Pian delle Fornaci.


Il primo caratterizzato dalla presenza dell’Oasi faunistica e il secondo della stupenda selva comunale ove trova posto una serie di attrazioni adrenaliniche sugli alberi. La strada, oramai agro-silvo-pastorale, sale gradatamente fino al colletto posto lungo la costa settentrionale del Dosso della Fornace, ove un bel cippo in pietra marca il confine tra le terre di Caglio e quelle di Rezzago.


Una piacevole discesa porta poi nella Selva di Rezzago e al punto d’incontro presso La Braga, un caratteristico capanno pastorale sito presso un grande masso erratico: sarà la strada che farò al ritorno del mio anello. Seguo perciò le indicazioni verso la Croce di PIizzalo già visitata prima. Passando attraverso sentieri e boschi per la località Tre Sassi riesco a completare il giro arrivando alla cascina Enco, sede di uno storico agriturismo.






Goduto dell’ameno paesaggio rurale, proseguo nella Valle di Balcon verso la suddetta La Braga. Davanti ai miei occhi si distende ora un immenso parco fruttifero di castagni, circa 1700, costruito e coltivato dai rezzaghesi lungo i secoli. Devio brevemente per guardare l’affascinante fenomeno geologico dei “Funghi di terra”. Pianeggiando lungo la stradella, tra piante che recano la caratteristica numerazione sul fusto, arrivo al bivio ove il “Sentiero del Castagno” si unisce a quello dei “Funghi di terra”. In 15 minuti sono a La Braga.





Al ritorno, in macchina ci si passa davanti, un ulteriore occhiata alla Basilica di Cosma e Damiano a Rezzago: bellissima! Per la felicità sparo qualche colpo di cannone e….maledizione….distratto mi siedo su….che dolorrrreeee!!!