Festa della Donna per una cultura di rispetto contro ogni forma di violenza.
Isabel Francisca Muguambe - Belo Horizonte (Brasile) 8 marzo 1996.
lunedì 7 marzo 2016
giovedì 3 marzo 2016
12. L'AZIONE DI VILLA MASNADA
GIUSEPPE PIAZZALUNGA
CANTO DEGLI ULTIMI PARTIGIANI
L’azione più nota, ma anche più tragica delle Fiamme Verdi
di “Dami”, avvenne il 26 settembre 1944: è l’assalto di Villa Masnada in
località Crocette di Mozzo (allora Curdomo). Da informazioni raccolte sul luogo
da alcuni elementi della formazione partigiana era risultato alla Villa Masnada alloggiava da
alcuni mesi un distaccamento di genieri tedeschi che avevano compiti di guardia
alle Officine Caproni di Ponte San Pietro e di controllo della produzione bellica dello stabilimento
aeronautico. Il gruppo, recandosi quotidianamente al lavoro, lasciava alla
villa due sentinelle e due autisti italiani. Al suo interno si trovavano
viveri, vettovaglie, armi, munizioni, vestiario ed equipaggiamento militare
vario, oltre a uno o più camion e persino un piccolo cannone montato su traino.
Il piano elaborato dai comandanti prevedeva che una squadra si sarebbe
appostata prima dell’alba; due partigiani travestiti da ufficiale tedesco e
relativo interprete, dopo l’uscita dei genieri, si sarebbero fatti aprire dalle
sentinelle. Nel frattempo sarebbero accorsi gli altri per immobilizzare le
sentinelle. Caricati i camion con il materiale trovato nei locali la squadra si
sarebbe allontanata rapidamente verso l’imbocco della Valle Imagna.
Le armi e l’altro equipaggiamento trafugato dovevano essere
avviati sul monte Ubione, sede della formazione. L’azione era stata fissata per
il ventisette, senonché due giorni prima il comandante don Antonio Milesi “Dami”
ed il maggiore Giovanni Leardini “Sandro”, ufficiale di collegamento del
colonnello Carlo Basile “Sergio”, furono informati che i tedeschi avrebbero abbandonato
la villa. La pattuglia, costituita da ventiquattro uomini, era formata
dalle squadre di Tito Spini, Albino Locatelli e Rino Bonalumi “Rino” (le
squadre di Malipiero e Mazzolà non vi avrebbero preso parte per un dissenso che
non riguardava solo l’operazione di Villa Masnada ma il progressivo
differenziarsi delle connotazioni politiche all’interno delle forze partigiane).
Alcuni provenivano dalla sede della brigata, il monte Ubione: erano i più esperti, poiché avevano preso parte ad azioni precedenti ed
erano fuggiti al grande rastrellamento della Val Taleggio, nel giugno 1944;
altri da Villa d’Almè; altri dal combattivo gruppo di Paladina, dove avevano in
precedenza costituito un gruppo autonomo e compiuto un analogo prelevamento di
materiale dalla caserma fascista di Ponte San Pietro. I tre gruppi si riunirono
la notte del 25 settembre a Paladina in località “morcc di spiass”. Con una
marcia notturna si avvicinarono all’obbiettivo e si appostarono tra i filari
di vite dietro il muro di cinta della villa. Da quel momento gli eventi si
svolsero in modo molto diverso da quanto previsto. Il segnale convenuto da
parte di un autista complice non arrivò e verso le otto del mattino, visto che
nessuno usciva, si decise di procedere ugualmente all’assalto. Quando i
partigiani entrarono nella villa, immobilizzarono i pochi presenti ma non
trovarono nessun automezzo, in quanto spostati altrove dai tedeschi, e si
caricarono di quanto più materiale possibile, armi, munizioni, radio,
vestiario ed equipaggiamento militare vario e presero la fuga attraverso i
campi, verso nord, destinazione Clanezzo e la Valle Imagna. L’itinerario seguito:
Colli di Mozzo, Passo della Madonna del Bosco. Nel frattempo il guardiano era riuscito a dare l’allarme al posto di blocco
situato all’ingresso della casa.
Giunti al “risöl” del Pascolo dei Tedeschi, i partigiani notarono sulla strada di Almè un movimento di camion fascisti. Visto il rischio
di venire accerchiati decisero di dirigersi sul crinale dei colli che terminava al Santuario di Sombreno, sopra la
Madonna della Castagna dove arrivarono, stremati e affamati, verso
mezzogiorno.
Nel frattempo però la zona era stata completamente
circondata dagli uomini della 612A Compagnia O.P. della G.N.R. agli ordini del
famigerato Resmini, il vero “specialista” delle operazioni contro i
partigiani e la popolazione civile: evidentemente qualcuno aveva avvisato non
solo del colpo alla villa ma anche della direzione presa dai partigiani nella
ritirata.
Decisi a non lasciare alcuna via di fuga ai ribelli,
uccisero le sentinelle e presero alla sprovvista i partigiani, che si
dispersero come poterono cercando la fuga.
Don Antonio Milesi diede ordine a quegli uomini, che avevano
i documenti in regola, di abbandonare le armi per trarsi in salvo ed
eventualmente cercare rinforzi da Malipiero verso Bruntino. Ma furono fermati,
traditi da alcuni oggetti che avevano trafugato dalla villa, e fucilati al muro
antistante l’asilo di Petosino il pomeriggio stesso. Si trattava dei tre
partigiani i cui nomi sono ricordati sulla lapide di fronte al Centro Civico di
Petosino: Carlo Mazzola, Giovanni Mazzola, Francesco Roncelli. Al loro nome
sulla lapide si aggiunse quello di Albino Locatelli che in un primo momento fu
risparmiato per l’intervento del fratello, Giuseppe, segretario di Resmini ed agente dei partigiani. Trasportato
in nottata alle carceri di Sant’Agata, venne dapprima torturato e nel corso della medesima
notteportato al ponte di Trezzo e, dopo
avergli sparato, i fascisti lo gettarono nell’Adda.
Nel frattempo gli uomini delle SS e della Brigata Nera
avevano iniziato a salire verso la sommità del colle, stringendo
l’accerchiamento attorno ai partigiani. Dopo poco tempo i partigiani rimasti
furono individuati e iniziò lo scontro a fuoco. “Sandro” diede l’ordine di
disperdersi gridando il “si salvi chi può”. Cinque partigiani caddero in
combattimento: Virginio Bonadeni, Mario Capelli, Tranquillo Milesi, Giuseppe Signori,
Luciano Tironi.
Gli altri, circa dieci, riuscirono fuggire seguendo il
tracciato della ferrovia della Valle Brembana o mescolandosi alla folla degli
operai dello stabilimento Grès che in quel momento uscivano dall’officina. Ettore
Arrigoni si salvò nascondendosiin un
acquario per un giorno.
Incerti i caduti dalla parte avversa, anche se la relazione
della brigata Valbrembo parlava di dodici morti e numerosi feriti fra i soldati
della R.S.I. e i tedeschi.
Il fallimento e l’esito drammatico dell’azione
partigiana di Villa Masnada fù un colpo quasi mortale per la brigata e aprì una
lunga diatriba tra i membri della “Valbrembo”, che accusarono alcuni capi, in
particolare “Dami” e Leardini, di aver progettato l’azione con superficialità.
Il più accanito nel criticare l’operato fu Malipiero, ma altri evidenzieranno
la correttezza del Comando mettendo in risalto la componente degli imprevisti.
I comandanti si divisero dando vita a due differenti formazioni : la “Vittorio Veneto” e la
“Valbrembo”. La zona fu battuta dai
rastrellamenti fascisti a caccia dei nuclei partigiani: nei due mesi successivi
al 26 settembre 1944 si contavano a carico della formazione sei rastrellamenti, quindici caduti, sette prigionieri. Inoltre, era fallito il tentativo
di spostare la brigata verso zone più sicure in alta montagna. Permanevano
infine tutti i problemi di approvvigionamento e di equipaggiamento che avevano
spinto all’azione di Villa Masnada. Il 4 dicembre don Antonio Milesi accettò
l’accordo proposto dal comando tedesco che prevedeva la fine delle ostilità in cambio
di salvacondotti per i comandanti (verso la Svizzera) e per gli uomini. La “Valbrembo”
ritornerà ad agire solo nella fase insurrezionale.
Sul luogo dell'eccidio di Petosino, nel comune di Sorisole, viene prima eretta una stele commemorativa, inaugurata nel 1946. Il cippo viene completato dal monumento ideato da "Dami" e inaugurato il 9 ottobre 1949.
Da L’Eco di Bergamo del 24 settembre 1994: “I partigiani
avevano sempre più bisogno di armi, in quanto salvo quelle procurate con il
prelievo dalla caserma dei Carabinieri di Villa d’Almé, il recupero era
affidato praticamente alla possibilità di incontrare militari perlomeno
isolati. Solo in seguito gli Americani si accordarono con la Resistenza per
paracadutare alcuni aiuti. Si pensò allora di mettere a segno un colpo grosso.
La scelta cadde sulla Villa Masnada di Curdomo, oggi Mozzo”.
La Relazione succinta della brigata “Valbrembo” ne riferì in
termini poco attendibili sforzandosi di trasformare in un successo il
drammatico esito dell’azione: “Assalto alla caserma delle SS di Curdomo. E’
questa l’azione di più grande stile che i patrioti bergamaschi compirono nelle
immediate vicinanze del capoluogo. La reazione germanica e fascista fu
formidabile per il danno materiale subito (un cannoncino messo fuori uso,
fucili automatici, mauser, bombe a mano, munizioni ed equipaggiamento
asportati) e forsanco fu più quello morale. Aiutato da una spia il comando
nazifascista mise in movimento circa un migliaio di uomini tedeschi, compagnia
O.P., G.N.R., e nel pomeriggio si iniziava il cruento durissimo combattimento
che si proseguiva fino a notte malgrado l’impari lotta. L’azione era stata
condotta da soli ventiquattro uomini della Valbrembo. A tarda sera i superstiti
riuscivano con abile manovra a sottrarsi all’accerchiamento nemico.
Perdite inflitte: dodici morti e numerosi feriti.
Perdite subite: nove morti e un ferito".
Critiche, polemiche, accuse si rinvennero sia nei documenti
che nelle rievocazioni a distanza di tempo: ad esse si contrapposero difese
appassionate e convinte, che le drammatiche testimonianze dei superstiti
hanno accenti e valutazioni diverse.
Dalla testimonianza del partigiano Giovanni Frana: “Noi che
siamo rimasti sul colle (eravamo una dozzina) ci disponemmo in maniera di
poterci difendere e sparavamo con sten e mitra verso ombre e figure che
potevamo intravedere fra piante e foglie, al fine di rompere l’accerchiamento.
Ho visto cadere colpiti dal nostro fuoco uomini delle
Brigate Nere. Non so dire quanti.
Venni colpito da una pallottola che mi attraversò la gamba
destra e mi accorsi di perdere abbondantemente
sangue e di far fatica a muovermi. Venne vicino a me il Comandante “Dami”
che mi aiutò a spostarmi. Mentre avveniva questo, sentimmo il Mario Capelli, un
ragazzo non ancora diciottenne, che invocava la mamma; era stato colpito da
una raffica in pieno petto. Lo vidi cadere. Il Comandante mi lasciò per andare
vicino a lui e confortarlo prima di morire. Quindi mi accompagnò presso una
cascina vicina e mi lasciò per ritornare sul posto di combattimento. M’infilai
con fatica sul portico per nascondermi nel fienile. Ma il contadino, per timore
che i fascisti gli bruciassero la casa, mi scacciò.
Erano le 13 o le 14, mi nascosi nuovamente nel bosco in un
cespuglio dove mi trovò un tale di nome Prometti Santino che mi ha portato a
casa sua, dove la moglie mi curò la ferita. Il Prometti alla sera chiamò un
dottore (Giuseppe Locatelli, dottore di Sedrina) che mi medicò la ferita. Non
ho mai saputo chi fosse”.
Drammatiche le testimonianze dei sopravvissuti che rievocano
ancora con sbigottimento l’amara sorpresa della scoperta dell’accerchiamento
da parte di preponderanti forze nemiche.
Dice Valentino Roncalli: “Abbiamo cercato di prendere la via
del bosco per rimanere un po’ nascosti; poi non si pensava appunto che subito i
tedeschi e i fascisti venissero a conoscenza di questo assalto; ce ne siamo
accorti quando stavamo arrivando al “risöl” (strada acciottolata in zona
Pascolo dei tedeschi); si vedevano le camionette dei fascisti che giravano
sulla strada Curno-Mozzo-Valbrembo-Villa”.
Ricorda Vittorio Bonalumi “Rino”, caposquadra del gruppo Paladina: “Come andò l’azione, credo che non ci sia niente da dire. Ci furono
naturalmente degli errori di tattica, non di strategia, perché quando si arrivò
sul posto, di sera, preparati per fare l’azione alla mattina, mancava al-
l’appuntamento quel personaggio che era nella villa e doveva fornirci il camion
eccetera; si fece l’azione ugualmente e poi ci si incamminò verso le colline di
Mozzo per andare a fare, non so dire dichi fosse l’intenzione, una piccola
repubblica in Valle Imagna… cose assurde insomma! Strada facendo, errori se ne
commisero, perché una colonna di ventiquattro persone stracariche di materiale
bellico non potevano uscire incolumi e muoversi con celerità.
[…] Vista l’ora tarda, vista la facilità con cui eravamo
stati accerchiati, proposi di nascondere le armi e poi in gruppi di due o tre
persone cercare di salvare la pelle. Al che il “Sandro” disse che i tedeschi
non capivano niente e non ci avrebbero accerchiato […].
A questa proposta si disse: “No!” […]. Ci fu una perdita di
uomini, perdita di materiali e poi ci fu la disgregazione del gruppo […] e “Dami”
se ne andò in Svizzera”.
La lapide posta sul luogo della fucilazione a Petosino viene inaugurata il 9 ottobre 1949 nel quinto anniversario dell'eccidio.
Il rastrellamento di Petosino, al di là di ogni possibile
notazione critica sull’opportunità e le modalità dell’azione, rimane un
terribile atto di accusa contro i fascisti, un episodio che basterebbe da solo a fare giustizia contro i reiterati
tentativi di demonizzare il partigiano e di alleggerire le responsabilità dei
loro avversari.
Delitti ed efferatezze furono commessi in particolare dalla
612A compagnia O.P. comandante da Aldo Resmini, trista figura di torturatore e
assassino.
La bestialità dei fascisti venne inequivocabilmente messa in
rilievo dal “Chronicon” del Parroco don Giacomo Carrara (Archivio parrocchiale
di Petosino).
Il parroco vi riporta la sua personale esperienza: “26-27 –
Giornate di sangue! Un gruppo di partigiani chiamati “ribelli” dai
manutengoli fascisti, in seguito a un colpo di mano non riuscito contro una
villa a Curno occupata dai tedeschi, veniva inseguito dai repubblicani fascisti
sino sulle colline prospicenti Petosino […]. Il fatto luttuoso avveniva verso
le ore 17 del 26 settembre. Io mi trovavo a Bergamo e giungevo in paese proprio
nella fase culminante della tragedia. La stazione e il viale erano ingombre di
repubblicani. Io, informato di ciò che
succedeva, prendevo l’olio santo e sul viale della stazione salivo sopra un
autocarro e amministravo l’estrema unzione alla salma di un milite repubblicano
caduto.
Quindi procedevo verso i prati e i boschi per fare
altrettanto verso i partigiani caduti. Ma, con inqualificabile arbitrio, dal
famigerato Resmini mi s’intimava di retrocedere, pena l’arresto. A nulla
valsero le mie rimostranze. Tornai subito a casa e appena deposto l’olio santo,
sento una nutrita scarica di mitraglia. Mi chiamano tra il pianto e lo spavento: era la fucilazione dei tre di cui sopra. Accorsi immediatamente e sulla
fronte, ancora quasi palpitante dei tre crivellati da tanti proiettili,
tracciai la sacra unzione.
Ci s’intimò di lasciare le salme esposte!!
Più non valeva il motto famoso: ”Oltre il rogo non giunse
ira nemica”.
Ciò nonostante, feci stendere un bianco lenzuolo, verso
notte, sulle salme giacenti sulla via e al mattino presi contatti con la
Questura ed il Comune, curai la rimozione delle salme ed il recupero di quelle
esposte nei prati e nei boschi. La pia e macabra operazione durò fino a mezzogiorno, quando sette salme furono ricomposte nella Camera Mortuaria del
cimitero, mentre l’ottava fu recuperata la sera del 28 […].
Giorno 27: la nona vittima!
I solenni funerali dei caduti delle Fiamme Verdi. In prima fila, a destra, "Dami". Dietro le bare sfilano i compagni e la popolazione, a rendere quella testimonianza
corale di cordoglio che i fascisti avevano impedito dopo la strage.
Il corteo sfila a Villa d'Almè il 24 maggio 1945.
Due guardie repubblicane travestite, che vennero più volte
sotto le sembianze dell’agnello in casa mia lungo il giorno, sorpresero il
parrocchiano Piazzalunga Giuseppe di anni 32 profferire parole di pietà verso i caduti e lo
finirono a colpi di fucile! La salma, rimasta esposta la notte sotto il ponte
della Guisa ai Molini, fu raccolta il 28, nel pomeriggio, orrendamente
rosicchiato in volto dai topi!.
Grande il dolore e il disappunto del popolo e lo schianto
della sorella e della madre vedova”.
Certamente l’eccidio di Petosino, ancora aggravato da altri
lutti che si abbatterono sulle Fiamme Verdi della “Valbrembo” (in particolare
il ferimento, le sevizie e l’uccisione di Angelo Gotti, catturato dalla O.P. in
Valle Imagna; le vittime del rastrellamento in Valle Taleggio: Benito
Mattavelli, Giuseppe Ghezzi, Fulvio Nava e Pietro Gambirasio fucilato
successivamente; la tragica morte di Basilio Regazzoni) segnarono profondamente
e dolorosamente lo spirito del comandante.
Dalla testimonianza di don F. Perico: “Ricordo un fatto
indimenticabile quando “Dami” era ospite in casa mia e fu il giorno che venne
ucciso Angelo Gotti. Il mattino che è arrivata la notizia, ero a casa
anch’io; non mi ricordo chi avesse portato la notizia, ma ricordo la figura di don
Antonio in cucina che è scoppiato in pianto…”.
Dalla testimonianza di don T. Morgandi: “Gli faceva male il
fatto che parecchi giovani erano stato uccisi, non per colpa sua,
ma…[…].Parecchi giovani erano stati uccisi e lui se lo sentiva sulla coscienza
[…]. Ci ha sofferto…specialmente di quei giovani ammazzati sopra Petosino e che
erano i suoi, coinvolti proprio con lui…ci ha sempre sofferto…vedendo anche
gli ideali di libertà vera e propria…e di giustizia… venivano meno anche nella
società”.
Dal diario del combattente della Repubblica Sociale
Italiana Giuseppe Rigamonti: “Azione portata felicemente a termine, grazie
alle confidenze di una compagna di classe di Amelia. Suo padre, pezzo grosso
della banda “Primo Maggio” comandata dal prete bandito “Dami”, confida alla moglie, presente la figlia, che hanno previsto un attacco ad
un deposito tedesco per il 26/27 settembre. La figlia, studentessa presso le
suore di Via Pignolo, forse ingenuamente per dimostrare di avere un padre
importante confida alle compagne della prossima azione dei partigiani. Amelia,
anche lei ingenuamente mi confida quanto ha saputo. Fingo di non dare
importanza alla notizia; appena solo faccio rapporto al Professore, il quale
convoca il nostro Capitano perché prenda le opportune contro misure. La sera
del 26 solamente noi del primo plotone ci appostammo nei locali ormai vuoti,
tre giorni prima il tutto era stato trasportato al deposito di Ranica.
Arrivano, quando li abbiamo a tiro, iniziamo la “sinfonia” (tipo di sparatoria
a raffica in sequenza di otto colpi a soldato),vista la malparata, il “Dami”,
seguito da altri eroi come lui, si dà a precipitosa fuga, gli altri, rispondono
al fuoco. Nonostante contino già diversi caduti, continuano a sparare, sono i
primi “cristiani” che finora ci danno del filo da torcere. Il fuoco sta
scemando, quando assistiamo ad un atto di valore: un partigiano, visto il suo
compagno cadere, ne ha preso il posto e l’arma, continuando a sparare finché
non è caduto lui stesso. Questo eroe, di fronte alla codardia dei suoi capi, ha
continuato a combattere finché non è caduto con l’arma in pugno lui stesso.
Noi, suoi nemici, ci inchiniamo al suo valore!”.
La fine dello scontro a fuoco non interruppe l’opera
repressiva condotta dalla 612A Compagnia O.P. Anzi, come in analoghi episodi,
segnò l’inizio della sua fase più importante: il terrore nei confronti della
popolazione civile, la trasmissione del messaggio “nessuna collaborazione coi
banditi, né materiale né morale, rimarrà impunita”.
Innanzitutto i corpi dei partigiani uccisi, fucilati o
caduti nello scontro a fuoco, furono lasciati esposti per preciso ordine di
Resmini. Solo il giorno successivo la popolazione locale osò ricomporli presso
il cimitero. Il giorno successivo, 27 settembre 1944, la O.P. continuò le
operazioni di rastrellamento sui colli di Bruntino alla ricerca di altri nuclei
della brigata Fiamme Verdi “Valbrembo” che riuscirono a sfuggire alla caccia.
Lo steso giorno diversi agenti dell’Ufficio Politico si
mescolarono alla folla “per raccogliere le impressioni del pubblico”. Nella
camera mortuaria del cimitero sorpresero un cittadino, Giuseppe Piazzalunga,
mentre esprimeva ad alta voce la sua indignazione: dopo avergli intimato di
fermarsi gli spararono a bruciapelo mentre tentava di fuggire. Questo uno stralcio della sentenza di condanna dei responsabili da parte della Corte di assise Straordinaria: “Innanzi alla folla i due fermarono il Piazzalunga e gli intimarono di
seguirlo. Forse paventando la sua triste fine costui, dopo fatti alcuni pasi,
tentò di sfuggire alle loro mani. I due gli spararono contro dei colpi di
rivoltella ferendolo gravemente. Riacciuffatolo lo riportavano sulla strada
maestra e qui, fermato un carro che vi transitava, lo caricarono sopra, sordi
ai lamenti di lui che invocava e chiedeva di essere accompagnato a casa. Ma,
fatta poca strada, poiché il Piazzalunga, straziato dalla sete, chiedeva un po’
d’acqua, essi lo posero giù dal carro e lo adagiarono nel cortile di tal
Tassotti Luigi, invitando costui a dargli un bicchiere d’acqua. Fatto ciò lo
rimisero sul carro e ripresero la strada di Bergamo. Ma di lì a poco rimisero a terra il Piazzalunga
e, condottolo di forza ad una fossa sul margine della strada ferrata, lo
uccisero sul luogo, come un cane, a colpi di rivoltella, gridando ed ordinando
a quelli che passavano nei pressi di non ricomporre il cadavere senza un
ordine. La mattina dopo questo fu ritrovato, con la testa in parte scarnificata
e rosicchiata da cani o topi. Fu rimosso da cittadini inorriditi da tale
abominevole delitto”. I responsabili, inizialmente condannati a morte, furono
graziati e riacquistarono la libertà dopo dieci anni di carcere.
domenica 28 febbraio 2016
AMBImBE
VISITA AI SOTTERRANEI
DEL CASTELLO SFORZERSCO DI MILANO
27 febbraio 2016
La fontana all'esterno delle mura del Castello.
La Strada Coperta della Ghirlanda, denominata anche "Galleria della Ghirlanda", è un percorso sotterraneo, costituita da un cunicolo voltato lungo circa m.500, largo in media m.1.60 circa ed alto m.2.80 circa, che corre parallelo alla parte esterna della controscarpa del fossato e formava la prima difesa del quadrato Sforzesco.
Il tratto di questo sotterraneo sopravvissuto alle demolizioni avvenute a fine Ottocento ed allo scavo per la costruzione della prima linea metropolitana consente di farsi una valida idea di come doveva essere complesso ed articolato l'intero percorso.
La Galleria della Ghirlanda, alla sinistra del fossato.
Molto interessante il troncamento del cunicolo che collegava il Castello Sforzesco alla Chiesa di S. Maria delle Grazie. Perché? Per il semplice motivo che il nostro amico Leonardo (...siii!...proprio lui…non vi sto raccontando b….! vedere la foto per credere!) faceva da spola tra i due luoghi: lavorava per rafforzare le difese del Castello e dipingeva…dai che se ci pensate un po’ ce la fate da soli a dare la risposta…nientemeno che l’”Ultima Cena”.
Leonardo si rattrista della chiusura del cunicolo che portava a S. Maria delle Grazie e ci chiede...informazioni!
La"Strada Segreta Coperta della Ghirlanda"è una suggestiva opera sotterranea che serviva alla difesa della porzione del Castello un tempo situata al di fuori della cinta urbana.
Il percorso, accessibile dal Rivellino di Santo Spirito e dall’ingresso prospiciente via Lanza, prende luce, verso il fossato, da un centinaio di finestrelle a doppia strombatura, poste ad intervalli regolari, rivolte verso il fossato stesso.
Come è visibile dalla immagine planimetrica allegata, questo percorso presenta una forma a "ferro di cavallo" e dal corridoio principale si dipartono, a raggiera, otto gallerie che un tempo dovevano essere tutte provviste di portoni.
Il percorso risulta interamente realizzato con murature e volte in mattoni con rari inserti lapidei e conci in ceppo mentre la pavimentazione, in terra battuta stabilizzata, presenta piccole porzioni del pavimento originario in cotto, venute alla luce durante il corso dei lavori e restaurate a testimonianza del passato.
La coordinatrice della visita e i cunicoli sotterranei.
Con l'intervento di restauro sono venuti inoltre alla luce e sono stati recuperati ambienti completamente interrati che contribuiscono ad accrescere le conoscenze su di esso, portando alla luce particolari costruttivi di opere connesse agli aspetti idraulici ( bagni,…) e difensivi (postazioni dei “cannoni”, false porte per disorientare il nemico,…).
Relazione Storica a cura di Massimiliano de
Adamich.
Come riportato in
numerosi testi sulla storia della Strada Coperta, era opinione abbastanza
diffusa considerare il recinto della Ghirlanda, ossia quel recinto prospettante
la vecchia Piazza d'Armi, come un’aggiunta successiva all'epoca sforzesca, e
quindi come costruzione spagnolesca.
La disperazione di Leonardo quando ha visto la Torre della Rai nel parco. Non vi dico!!
In realtà non era
così difficile, anche senza l'ausilio dei documenti, constatare che le cortine
formanti il recinto della Ghirlanda - rafforzato agli angoli da due torri
rotonde - potevano appartenere all’epoca sforzesca. Dalla lettura dei documenti,
si apprende che la Ghirlanda era parte integrante della costruzione del
quadrato Sforzesco e che tale percorso contribuiva alla difesa delle fronti del
Castello.
Con buona probabilità
"il governo spagnolo si limitò ad
una trasformazione della cortina della Ghirlanda quando - in seguito al
progetto di rafforzare il Castello con il recinto poligonale – le cortine perdettero gran parte della
loro importanza: costruite e disposte solo per resistere e respingere un
attacco diretto, non avevano più alcuna funzione particolare quando si
trovarono in seconda linea: gli Spagnoli se ne valsero quindi per lo sviluppo
considerevole che dovevano dare agli alloggiamenti interni: le smantellarono
prima, fino all'altezza di circa 8 metri dal piano del redondone. Poi,
allargata la base mediante un muro parallelo alla cortina, in corrispondenza
della sporgenza interna della Porta del Soccorso, innalzarono le costruzioni
degli alloggiamenti sulla larghezza complessiva che risulta tra la cortina e
l'aggiunta interna." (Luca Beltrami, Castello di Milano, Milano 2002).
Per facilitare
l'accesso al piano superiore di questi alloggiamenti, negli angoli del recinto,
furono costruite due rampe sorrette da arcate. Sempre dalle notizie storiche si
apprende che, nei primi anni del Seicento, venne effettuata la sistemazione di
tutto il fossato e degli spalti del Castello ed anche una sistemazione della
Strada Coperta.
Le operazioni di
demolizione della Ghirlanda, avvenute tra l'agosto del 1892 e il 1893, hanno
contribuito, oltre che a liberare il quadrato Sforzesco anche a gettare nuova
luce sulla pertinenza della Ghirlanda al periodo Sforzesco.
Le notizie storiche
dell'epoca riportano poche informazioni sul percorso della Strada Coperta, e le
fonti alle quali si è potuto risalire parlano di "una insolita e ancor visibile galleria segreta dentro il muro di
controscarpa del fossato Sforzesco ad uso dei tiratori della difesa"
(Castellum, Rivista dell'Istituto Italiano dei Castelli, Roma,1970).
Dopo le demolizioni
avvenute a fine Ottocento, si erano conservati solo il terrapieno esterno al
fossato, con i camminamenti sotterranei (la Strada Coperta e i suoi
diverticoli) e poche parti del muraglione soprastante. Il lato del terrapieno
che costituisce la controscarpa del fossato castellano era stato pesantemente
restaurato dall'Ufficio Regionale. In corrispondenza di ognuno dei due angoli
del fossato, la Strada Coperta è collegata da corridoi ipogei alle torri
angolari.
"Nel tratto corrispondente al fronte della Rocchetta
verso il parco, dalla Strada Coperta si dipartono anche altri corridoi. Il
primo, partendo dallo spigolo nord- ovest, controlla un condotto idrico, il
secondo conduce sotto la Porta del Soccorso, alla quale da accesso tramite due
scale che salgono alle bertesche laterali, con diverse aperture bombardiere
verso l'esterno. Un diverticolo continua a sinistra della porta, seguendo il
profilo della scarpa esterna, dove si apre una fila serrata di vani con
aperture per il tiro frontale. Il terzo corridoio innerva infine un'altra linea
di tiro, simmetrica alla precedente e del tutto simile ad essa. Non vi sono
altri passaggi sotterranei nella Strada Coperta, se si escludono i condotti
idrici e le postazioni per il controllo e un cunicolo, franato e riempito di
macerie, in corrispondenza della porta verso il parco.
Mentre su tutto il tracciato del fossato interno si
affacciano le cento e più finestre della strada coperta, verso l'esterno, torri
angolari a parte, si riscontra solo una linea di tiro lunga ottanta metri, con
feritoie disposte nella scarpa del terrapieno della Ghirlanda." (G. Pertot, La
fabbrica viscontea: sopravvivenze e integrazioni, Milano, 2005).
La nostra Guida che, grazie alla tecnologia, ci ha saputo far vedere...
Dalle informazioni
recuperate attraverso ricerche bibliografiche si suppone che la Strada Coperta sia
stata costruita da Francesco Sforza dopo il 1454, anno in cui inizia la
ricostruzione. L'intero complesso faceva parte del sistema di fortificazioni
esterne del Castello, denominato "recinto
della Ghirlanda", costituito, da un giro di mura munite di torri
circolari e da un fossato, che permetteva di controllare il Castello e di
accedere alle torri della Ghirlanda che difendevano il fossato esterno, verso
il territorio extraurbano.
Nel Cinquecento la
Strada Coperta, probabilmente con l'intero Recinto della Ghirlanda, fu inserita
nel nuovo sistema difensivo costituito da baluardi e dalla fortificazione denominata
"Tenaglia". Ai primi del
Seicento, con la riorganizzazione di questa fortificazione e la creazione della
cinta urbana bastionata, la Strada Coperta venne risistemata insieme ai
fossati. Gli sviluppi successivi, caratterizzati dalle demolizioni e dai
restauri di fine Ottocento hanno interessato l'intero Castello ed hanno
coinvolto il percorso.
Provate voi a spiegare a Leonardo che cos'è...una fotografia!!
E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.
Non è quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori,
si combatte il
mondo per uscirne vittoriosi...
La felicità non è quella che affannosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente,... non è quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari..., La felicità non è quella di grattacieli da scalare,
di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose....
e impari che il profumo del caffè al mattino
è un piccolo rituale di felicità,
che bastano le note di una canzone,
le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il
cuore,
che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei
pittori della felicità,
che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per
sentire una felicità lieve.
E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi,
di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore,
che le stelle ti possono commuovere e il sole far
brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto,
che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno,
e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e
libera i pensieri.
E impari che l'amore è fatto di sensazioni delicate,
di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine
anche se lontane,
e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti
sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi,
sfornellare in cucina, leggere una poesia,
scrivere su un libro
o guardare una foto per annullare il tempo e
le distanze ed essere con chi ami.
E impari che sentire una voce al telefono,
ricevere un messaggio inaspettato,
sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi
sono quelli che parlano delle persone che ami...
E impari che c'è felicità
anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi
pensieri,
che c'è qualcosa di amaramente felice anche nella
malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c'è nel cuore
un piccolo-grande Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.
Anonimo
Ringrazio Nicoletta per avermi suggerito questa bella poesia.
domenica 21 febbraio 2016
21 febbraio 2016
UOEI - Sezione (viva) di Bergamo
m. 1555 - Torcola Vaga (BG) Avanti le ragazze a battere ...la neve fresca! Si parteee!!
Totti sta sciando in Val D'Aosta sulla neve e ad
un certo punto trova un cartello che dice: "Qui inizia la neve perenne". E Totti: "Aho macchè 'gnoranti! Anche a Roma la neve inizia per N".
Perchè la neve scende a fiocchi?
Perchè se scendesse a nodi non si scioglierebbe!
Perché l'uomo è come una tempesta di neve?
Perché non sai quando viene, quanti centimetri ti darà e quanto tempo dura.
Due omosessuali al telefono:"Ciao Giangi,
come te la passi in montagna?". "Oh! quanto mi diverto: la mattina mi sveglio,
faccio colazione e poi gioco con le palle di neve; a mezzogiorno pranzo e poi gioco ancora con le palle di neve; a sera ceno e di nuovo gioco ancora con le
palle di neve".
"Oh! che bello, che bello, ma questo neve, questo neve lo conosco
io?".
Due bambini stanno giocando sulla neve con lo
slittino:
"Dovete adoperarlo a turno" si raccomanda la madre.
"Mamma è quello che facciamo!"spiega il più grande dei
fratelli".
"Io lo uso per scendere, lui lo usa per salire...".
Che cos'è la neve? E'una grende berche che neviga
sul mere.
Perchè un millepiedi non riesce mai a sciare?
Perchè quando ha finito di mettersi gli sci la neve non c'è più.
Abbiamo passato una bella giornata con tanto sole, un cielo azzurro, respirato aria frizzante e pura, pestato la neve con le ciaspole, ma soprattutto in allegria,...
mamma mia ...Presidente! ...per una palla di neve!!