giovedì 21 aprile 2016

16. LA BATTAGLIA DI FONTENO
E MONTE TORREZZO
KalinKa - Canzone popolare russa
Per...non dimenticare...i partigiani russi che hanno combattuto. 


I colli di San Fermo erano presidiati dalla 53A brigata Garibaldi “Tredici Martiri di Lovere”, guidata dal comandante Giovanni Brasi “Montagna” e composta da circa settantacinque uomini bene armati grazie ad un aviolancio alleato.
La battaglia di Fonteno del 31 agosto 1944 fu un’azione di risposta al rastrellamento nazifascista operato per liberare due ufficiali tedeschi e il loro interprete che erano stati catturati tre giorni prima a Solto Collina e rinchiusi in una baita presso la località Casini.
Prima dell’alba, una pattuglia tedesca guidata da Fritz Langer, comandante delle SS di stanza a Bergamo, circondò il paese di Fonteno e raggruppò in piazza numerosi civili inermi, insieme al parroco, minacciandone la fucilazione qualora i tre prigionieri non fossero stati rilasciati entro le ore 15. Nel frattempo una compagnia fascista, la O.P. Macerata, partita da Foresto Sparso, salì ai Colli per compiere da sud un rastrellamento dei partigiani.
Benchè accerchiati, i partigiani effettuarono un’azione fulminea e certamente inattesa: passando per i percorsi più impervi scese­ro a Fonteno. Circa metà della brigata scese rapidamente verso il paese, riuscì a rendere inoffensive le sentinelle tedesche intorno all’abitato e a sua volta occupò il paese, riuscendo a capovolgere la situazione. I tedeschi furono fatti prigionieri e gli abitanti liberati.
L’altra metà della brigata, appostata sulla cresta che collega il monte Torrezzo al monte Sicolo, riuscì a contrastare l’attacco e a respingere le truppe fasciste. Data la situazione, Langer concordò con i partigiani il ritiro dei tedeschi da Fonteno e delle truppe fasciste dai Colli di San Fermo, a patto che il paese non subisse in seguito alcuna ritorsione. Nonostante la promessa dell’ufficiale tedesco, il 7 settembre fu compiuta una prima rappresaglia, seguita da una seconda il 31 dicembre 1944.




La lapide posta alla chiesetta della B.V. del Santello, poco fuori l'abitato di Fonteno,
sulla mulattiera che porta al Monte Torrezzo.
La Battaglia di Fonteno si svolse nell'agosto del 1944 fra la brigata partigiana Garibaldi e le truppe S.S. e fasciste, comandate dal maggiore Langer, dopo che il maresciallo della caserma di Sovere decise di catturare alcuni abitanti del paese di Fonteno e farli deportare in Germania.
Il 6 agosto il maresciallo della caserma di Sovere venne catturato dalle truppe partigiane della 53A brigata partigiana "Garibaldi" venne processato ed incolpato della deportazione di circa ottanta abitanti di Fonteno e del- l'uccisione di sei civili, e fu fucilato.
Per la cattura del maresciallo, i partigiani chiesero la collaborazione dell'amante e, col suo aiuto, fecero in modo di organizzare un appuntamento serale fra i due, lungo la strada che dal comune di Pianico conduce a Sovere.
Quando il maresciallo giunse al punto d'incontro, ad aspettarlo vi erano alcuni componenti della 53A brigata partigiana “Garibaldi”.
Lo catturarono e lo condussero in una zona montuosa nel comune di Fonteno. Fu processato per due giorni: al termine fu condotto presso il cimitero di Fonteno, dove venne fucilato.
Le truppe fasciste dislocate nella zona, avvisate dell'accaduto, decisero di dare la caccia ai partigiani, e per risposta, escogitarono di mandare nel paese, ragazze che ufficialmente fotografavano luoghi e abitanti vendendo lieviti per il pane porta a porta, ma, in realtà, con l'intento di curiosare e capire dove si nascondessero i partigiani.
La lapide commemorativa posta nella piazza di Fonteno.
Tutti i martedì, si recavano  a Solto Collina nel ristorante vicino alla farmacia, alcuni militari tedeschi ai quali le ragazze riferivano quello che avevano visto e raccolto.
I partigiani avvertiti di quanto accadeva, aspettarono i tedeschi al ristorante e ne catturarono tre, due soldati ed un interprete, portandoli sui monti della zona. 
Il giovedì successivo il paese fu invaso da truppe tedesche, alla ricerca dei loro prigionieri.
Alle cinque del mattino, il paese era circondato: i tedeschi passarono al setaccio casa per casa facendo confluire tutti gli abitanti in piazza.
Presi il parroco don Mocchi, il curato Vittorio Musinelli, don Giacomo Pedretti, la maestra Faustina Bertoletti, il falegname Angelo Pedretti, a loro dettarono l'ultimatum: riconsegnare entro mezzogiorno i prigionieri catturati dai partigiani altrimenti avrebbero ucciso tutte le persone radunate in piazza e dato fuoco a tutte le abitazioni del paese.
Don Giacomo Pedretti, fratello maggiore di Daniele Pedretti, sedicenne staffetta partigiana, conoscendo la montagna dove erano custoditi i prigionieri tedeschi, la raggiunse informando i partigiani di quanto stava succedendo e chiedendo la liberazione dei prigionieri. Ma la risposta partigiana fu univoca. " Niente da fare!". Gli uomini della 53A brigata "Garibaldi", decisero di liberare gli abitanti di Fonteno; un gruppo scese verso, il paese mentre gli altri rimasero a guardia dei prigionieri.
Il monumento posto sul Monte Torrezzo, presso la località Colletto, in memoria dei partigiani caduti
nel corso dei rastrellamenti nazifascisti operati nella zona.
I trentacinque componenti le truppe SS, comandate dal maggiore Langer, risalendo verso i Colli di San Fermo, dove avevano individuato il nascondiglio partigiano, iniziarono a bruciare le cascine.
Intanto da Monasterolo del Castello una colonna di automezzi fascisti, proveniente da Clusone, iniziò la risalita del monte sul versante opposto con l'intento di circondare le truppe partigiane.
A mezzogiorno ebbe inizio la battaglia. Le truppe tedesche continuarono la salita verso i Colli di San Fermo, il comandante delle SS, maggiore Langer, sicuro del successo, intimò la resa alle truppe partigiane, pena la morte di tutti i civili in ostaggio a Fonteno.
Ma i partigiani, conoscitori delle zone, con un'abile manovra, passando da sentieri impervi, scesero a Fonteno, immobilizzarono i pochi tedeschi rimasti in paese e liberarono tutti gli abitanti, distruggendo gli automezzi tedeschi con bombe a mano.
Poi risalendo alle spalle dei tedeschi, dirigendosi verso il Colletto, riuscirono a raggiungere le truppe tedesche e catturare il maggiore Langer, obbligandolo, in cambio della sua libertà e di quella dei suoi soldati catturati, di ordinare la ritirata ai fascisti e alle SS, e di lasciare il paese di Fonteno, senza armi e senza mezzi con l'impegno di non operare ritorsioni e rappresaglie.
Impegno che non fu mantenuto. Nonostante la promessa dell’ufficiale, il 7 settembre fu compiuta una prima rappresaglia: catturarono due cacciatori di cinquant'anni, un ragazzo di trenta che era con le sue bestie  ed uno di venti che concimava il prato, li portarono dietro il cimitero e li fucilarono. Seguì una seconda rappresaglia il 31 dicembre: i tedeschi tornarono a Fonteno e compirono un nuovo rastrellamento fra le abitazioni, ma i partigiani anche questa volta erano riusciti a scappare. Presero tre persone, Angelo Cadei, il padrone del "Belvedere", Angelo Pedretti, falegname e Francesco Donda, contadino, e li portarono a Sant'Agata con l'intenzione di deportarli in Germania.

domenica 17 aprile 2016

Una bella giornata soleggiata ma con un vento forte e freddo.
Semplice ma bella, breve ma commovente la cerimonia delle nostre Associazioni d'Arma della valle a perenne ricordo dei caduti della Grande Guerra del 1915-18.
Un cuscino fiorito tricolore è stato deposto all'interno del sacello della Madonnina del Grappa, sotto la sua statua.

"Lassù ti faranno corona a mille a mille le tombe degli Eroi che caddero e, ricordando la madre, Ti invocarono,[...] Ascendi Regina della Pace e di là ove Ti adergerai silente fra i monti nostri, stendi l'ombra della Tua protezione sulla Veneta terra e sopra l'Italia tutta! E sia la pace un nuovo trionfo tuo - Madonna del Grappa - e segni nuova grandezza della Patria Nostra".



Il Sacrario Militare del Grappa Grappa si sviluppa sul costone di Cima Grappa a 1776 m. di quota.
Il complesso monumentale ospita i resti di 12615 caduti italiani, oltre diecimila dei quali ignoti, e 10295 caduti austro-ungarici, conservati in due distinte strutture, collegate tra loro.
Sull'ultimo ripiano, la tomba del generale Gaetano Giardino, comandante dell'Armata del Grappa.
Più in alto il sacello della Madonnina del Grappa, consacrato nel 1901 da Giuseppe Sarto, poi Pio X. Sul terrazzo-osservatorio un plastico di spiegazione delle operazioni militari e uno ...sterminato panorama!
La via Eroica porta al Museo e alla galleria Vittorio Emanuele III, parzialmente visitabile: lunga 1500 m. corre scavata sotto il crinale della vetta per oltre 5000 m (con le diramazioni).


Da visitare assolutamente a Bassano del Grappa:
la Piazza Garibaldi, dominata dalla Torre Civica e la chiesa romano-gotica di S. Francesco, eretta alla fine del 1200;
la Piazza della Libertà, con la loggia del Comune, dalla caratteristica loggia terrena quattrocentesca, il palazzo del Municipio (sec. XVIII) e la chiesa di S. Giovanni Battista fondata nel 1308;
il Duomo, nel recinto del castello Superiore sovrastato da un'alta torre del sec. XIII detta ser Ivano;
il Tempio Ossario, ex duomo e ora luogo adatto alla tumefazione di circa 5500 salme di caduti, disseminati nei vari cimiteri del circondario, custoditi in loculi nelle pareti che fiancheggiano le navate e nella cripta (durante la Grande Guerra caddero sulla città di Bassano 527 bombe di aereo e 2641 granate);
il Ponte Vecchio, in legno sul fiume Brenta, più volte ricostruito nei secoli, l'ultima nel 1948. Bellissima la vista dalle sue arcate;
i vari musei: civico, della ceramica, degli alpini, ma soprattutto, credetemi...della grappa!! 

martedì 12 aprile 2016

UOEI - Sezione di Bergamo
10 aprile 1016

La 38° edizione della “Su e Zo per i Ponti di Venezia”, lungo un percorso di 11 km con ben 36 ponti, è un evento che coinvolge migliaia e migliaia di persone in una passeggiata di solidarietà per le calli di Venezia: una folla festante di giovani e meno giovani, famiglie, scolaresche, gruppi, associazioni sportive, tutti uniti in una giornata all’insegna dell’aggregazione, dell’amicizia e della solidarietà.
Il ponte di Rialto, il più antico e famoso di Venezia, è diventato uno dei simboli architettonici della città.
Il percorso si snoda tra gli angoli meno conosciuti della città lagunare, senza però tralasciare i luoghi che la rendono famosa nel mondo: una giornata, nel rispetto della città che ci ospita, alla scoperta della sua arte e della sua storia, della sua vera anima, della sua essenza.

Il Canal Grande (per i veneziani anche Canalazzo) è il principale canale di Venezia che divide in due parti il centro storico.
 Lungo circa 3800 metri (larghezza dai 30 ai 70 m, profondità media 5 m).
Da sempre gli eventuali ricavati vanno a sostegno di realtà impegnate nel sociale e nell’educazione, con particolare riguardo alle missioni salesiane in tutto il mondo.


È affiancato per tutta la lunghezza da magnifici edifici, in gran parte dei secoli tra il XII e il XVIII,
che manifestano il benessere e l'arte creati dalla Repubblica di Venezia.
Quest’anno la comunità salesiana di Damasco in Siria sarà al centro dell’attività sociale della manifestazione.
Il Canal Grande fu la sede più ambita dei palazzi di rappresentanza delle famiglie patrizie, il luogo dove esaltare la propria ricchezza.
E’ una vera giornata di festa: i numerosi gruppi folk, che tradizionalmente si esibiscono in Piazza San Marco e nei campi e campielli lungo il tracciato del percorso, rendono la città un tripudio di suoni e colori che rimane impresso nella memoria dei partecipanti.
L'Arsenale di Venezia è un antico complesso di cantieri navali e officine che costituisce una parte molto estesa della città.
 Fu il cuore dell'industria navale veneziana ed è legato al periodo più florido della vita della Serenissima.
La prima “Su e Zo per i Ponti” si svolse nel 1975 registrando una così vasta partecipazione da convincere gli organizzatori a riproporre l’iniziativa.
Ma ad aspettarci al centro del Campo Ss. Giovanni e Paolo, uno dei più ampi della città, c'era un bergamasco "doc":
il monumento equestre dedicato a Bartolomeo Colleoni opera del Verrocchio.
Negli anni si è aggiunta la partecipazione di vari gruppi folcloristici e bande musicali che vivacizzano con spettacoli di vario tipo le tappe del percorso.
I ponti di Venezia sono più di 400 tra pubblici e privati la maggior parte dei quali costruiti in pietra; altri materiali utilizzati sono il legno e il ferro.
Collegano tra loro le 116 isole che formano la città, attraversando 176 canali (detti 
rii).
Ogni anno partecipano mediamente più di 10.000 persone (io avevo il cartellino n. 12696), oltre ai 500 volontari che prestano servizio ai ristori e lungo i percorsi.
I ponti veneziani fino al 1500 erano sprovvisti di gradini: questo per permettere il passaggio dei cavalli,
uno dei pochi mezzi di trasporto che abbiano mai attraversato le stretti calli della città di Venezia. 
Lo slogan "A BRACCIA APERTE" è un semplice e diretto segno di accoglienza verso tutti i partecipanti alla manifestazione, perché possano sentirsi partecipi in prima persona in questo evento.
Il Ponte dell'Accademia: edifici, sconsacrati e in disuso,  che sono diventati poi sede dell'Accademia di belle arti e attualmente ospitano le Gallerie dell'Accademia.
All’apertura del Giubileo della Misericordia papa Francesco ha affermato: “Il Padre vi aspetta a braccia aperte per darvi il suo perdono e accogliervi nella sua casa”.
sestieri suddividono la città di Venezia in sei parti. Per concetto corrispondono ai quartieri.
La numerazione civica è unica per ciascun sestiere e raggiunge numeri a quattro cifre, fino a toccare i quasi 7000. 
Anche noi sul suo esempio ci presentiamo aperti e accoglienti al prossimo, cercando anche attraverso questa passeggiata di solidarietà di sostenere chi è meno fortunato di noi.

Il ponte dei Sospiri collega, con un doppio passaggio, il Palazzo Ducale alle Prigioni Nuove.
Serviva da passaggio per i reclusi dalle suddette prigioni agli uffici degli Inquisitori di Stato per essere giudicati.

Un dotto gondoliere mi diceva...
Veneziani gran signori,
Padovani gran dotori,
Visentini magna gati,
Veronesi tuti mati,
Udinesi castelani col cognome de Furlani,
Trevisani pan e tripe,
Rovigoti baco e pipe,
i Cremaschi fa cojoni,
i Bressan tajacantoni,
ghe n'è anca de pì tristi: Bergamaschi brusa cristi.
La basilica di San Marco è la chiesa principale della città, cattedrale metropolitana e sede del patriarca.
Bellissima basilica con enormi mosaici d oro, tempio della cristianità e simbolo di quanto è stata grande Venezia.

L'isolotto di San Giorgio visto dalla area monumentale di Piazza San Marco tra l'omonima piazzetta e il molo di Palazzo Ducale,antica sede del Doge.
Ho così rinnegato per ben tre volte (ma mi sembra di non essere stato il primo!) che non ero bergamasco ma...milanese!! 
Ho potuto vedere  e respirare, purtroppo non toccando con mano, il grande potere romantico di Venezia!

Sic!...Peccato essere stato solo!...Sic! Sicc!!
Appena il Gazzettino Veneto ha diffuso la notizia che avevamo vinto una coppa,
tutti si sono presentati per.... Ma la coppa...
Una bella domenica abbronzante, dove ho camminato sulle acque (ma c'è già stata persona prima di me!), con ben 180 fotografie! Record personale!!
Insomma... una bella domenica sotto tutti...i ponti di vista!!

lunedì 11 aprile 2016

 Nel giorno del mio 6? compleanno, vorrei dedicarmi questa bella poesia...e tanti auguri!!


mercoledì 6 aprile 2016

15. I FATTI DELLA MALGALUNGA
I TREDICI MARTIRI DI LOVERE


La brigata a Campo d'Avene Alto.
Il fatto che questa località, tra Sovere e Gandino, godesse di una visuale invidiabile sulle vallate circostanti garantendo allo stesso tempo un’ottima protezione, ne fece una roccaforte partigiana nel corso della seconda guerra mondiale.
Nel 1944 vi si insediò la 53A brigata “Garibaldi” che assunse il nome "Tredici Martiri di Lovere" in onore dei tredici partigiani fucilati per rappresaglia a Poltragno e a Lovere il 22 dicembre 1943 (Francesco Bessi, Giulio Buffoli, Salvatore Conti, Andrea Guizzetti, Eraldo Locardi, Vittorio Lorenzini, Giacinto Macario, Giovanni Moioli, Luca Nitkisc, Ivan Piana, Giuseppe  Ravelli, Mario Tognetti, Giovanni Vender). Il comandante Giovanni Brasi “Montagna" ne affidò la gestione alla squadra del tenente Giorgio Paglia, formata da una quindicina di uomini, mentre il comando di brigata s’installa a Campo d'Avene, distante mezz'ora di marcia.
Oltre ai russi s'individuano "Bersagliere" con il maglione chiaro, "Barbieri" e, l'ultimo a destra, Giorgio Paglia.
Preso il possesso della zona la brigata si rese protagonista di numerose azioni, che danneggiarono gravemente i reparti delle G.N.R. locali,  delle SS di stanza in Valle Camonica e s’ingaggiarono furiosi combattimenti contro i reparti tedeschi e della Legione Tagliamento forze della repubblica di Salò.
Il 17 novembre 1944, mentre sei uomini della formazione erano fuori per assolvere incarichi diversi, la Malga venne attaccata di sorpresa da ingenti forze della Legione Tagliamento di stanza a Lovere.
Di guardia all'esterno in quel momento c’era un partigiano russo che non diede l'allarme e di cui si persero le tracce. La battaglia infuriò per quasi tre ore finché gli assalitori riuscirono a raggiungere il tetto e a lanciare all’interno alcune bombe a mano provocando il ferimento dei partigiani Mario Zeduri "Tormenta" e del russo Ilarion Efanov "Starik". Il tenente della 53ª brigata “Garibaldi”, Giorgio Paglia, accortosi di avere terminato le munizioni, accettò la resa a patto che questi venissero curati adeguatamente.
La squadra di Giorgio Paglia: da sinistra in piedi, Simone, Starich, Bianco, Bersagliere, Pirata.
Seduti: Donez, Molotov, Barbieri, Rocco, Giorgio.
Ma la parola data dai nazifascisti non fu rispettata: i feriti vennero uccisi a colpi di pugnale e l’intera squadra fu deportata in una località tra Costa Volpino e Lovere. Durante il trasporto a valle, ci fu un tentativo di liberazione (ostacolato dall’alta neve) dei prigionieri, operato dal comandante Giovanni Brasi “Montagna”, che, nonostante il coraggio non sortì gli effetti desiderati. Giorgio Paglia “tenente Giorgio”, Guido Galimberti "Barbieri", Andrea Caslini “ "Rocco", i russi Semion Kopcenko “Simone" e Alexsander Nogin "Molotov" furono tutti condannati a morte dopo un processo sommario.
A Giorgio Paglia venne concessa la grazia, per il fatto che suo padre Guido, era medaglia d’oro della Guerra d'Etiopia nel 1934. Ma lui, dopo essersi visto respingere per l’ultima volta la richiesta di liberazione di tutti i suoi compagni, rifiutò la grazia adducendo la frase “O tutti o nessuno!" e chiese di essere fucilato per primo.
Era il 21 novembre 1944, e tutti i partigiani vennero fucilati a Costa Volpino. Due giorni dopo, poco lontano, a Lovere, i fratelli Renato e Florindo Pellegrini, “Falce” e “Martello”, catturati quattro giorni prima nel rastrellamento di Covale, vengono anch’essi fucilati.


Nel 1979, la Malga Lunga viene acquisita gratuitamente dal comune di Sovere.  Il successivo contratto di comodato d’uso tra l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (A.N.P.I.) di Bergamo e il comune di Sovere recita “…che il fabbricato, con 1700 mq. di terreno pertinenziale, fu ceduto nell’anno 1979 ...con lo scopo di destinarlo a Museo-Rifugio in ricordo degli episodi verificatesi nella zona nel corso della Resistenza e dei caduti della 53A brigata Garibaldi “Tredici Martiri di Lovere”.”
Il manufatto subì diverse trasformazioni e, nel 2012, raggiunse l'aspetto attuale con l'ottenimento, al piano superiore, di un'aula didattica e di spazi per il museo multimediale di tutta la Resistenza bergamasca.


L’azione di Lovere del 29 novembre 1943, con l’uccisione di due fascisti, mise in allarme tutto l’ambiente repubblichino bergamasco e i tedeschi che si resero conto di trovarsi di fronte ad una forza attiva ed organizzata. Fascisti e tedeschi prepararono così una grande azione di rappresaglia, per stroncare sul nascere il movimento partigiano.
Il 7 dicembre 1943, in un mattino che la nebbia e la pioggia rendeva buio, nella piccola valle che da Corti porta alle stalle di Ramello, una cascina, appena fuori dalla frazione di Ceratello (località Ciar), ospitava il corpo di guardia del gruppo partigiani di Lovere, mentre il resto era alloggiato nelle cascine più in alto.
Alle prime luci dell’alba, circa duecento uomini (tedeschi e componenti la G.N.R. alla sua prima azione in zona ),parte dei quali travestiti da contadini e coperti dalla nebbia, si avvicinarono alla località occupata dai partigiani. La loro marcia fu favorita da una spia che guidava il gruppo, un certo Ninetto Vaccaro che era a conoscenza della parola d’ordine “Trieste “ in quanto sino al giorno prima, faceva parte della formazione, dalla quale si era allontanato con una scusa.
I rastrellatori circondarono la cascina e, senza sparare un colpo catturarono l’intero corpo di guardia composto da Piana, Guizzetti, Conti, Vender, Macario e Buffoli, quest’ultimo padre di famiglia, mentre gli altri non avevano ancora vent’anni. La sorpresa e il tradimento posero i partigiani nell’impossibilità di reagire. I fascisti e i tedeschi proseguirono quindi fino alle cascine ospitanti il grosso della formazione, ma senza alcun esito, poiché i partigiani, resisi conto della situazione e posti in allarme dai partigiani Tarzia e Corna, riescirono a sganciarsi.
Grazie alle informazioni della spia, nei giorni seguenti vennero arrestati altri sette resistenti, allontanatisi dalla formazione per assolvere incarichi: Locardi, Lorenzini, Ravelli, Bessi, Tognetti, Moioli e lo slavo Nikitsch.
Tutti e tredici vennero tradotti nelle carceri di via Pignolo a Bergamo. Per alcuni giorni vennero sottoposti a torture.
Ai genitori ed ai familiari venne negato il permesso di visitarli e portare loro l’ultimo conforto. A nulla valsero le raccomandazioni e gli interventi presso i capi fascisti perché risparmiassero la vita di tanti giovani: “Il tedesco vuole uccidere ed il servo fascista ucciderà”.
Le lapidi al cimitero di Costa Volpino.
Il 22 dicembre 1943 vennero prelevati dal carcere e condotti a Lovere. Sull’autocarro che li trasportava furono fatti sedere sulle casse da morto che dopo alcune ore avrebbero raccolto i loro corpi.
Il camion della morte fece la prima tappa in Poltragno. Sette partigiani vennero fatti scendere, condotti sulla strada che conduce a Sellere e fucilati alla presenza dei loro compagni.
Gli esecutori, sghignazzando, scrissero sul muro bagnato di sangue “ fuorilegge “ e ripartirono per Lovere per compiere la seconda strage. 
Gli altri sei, dopo che la direzione dell’Ilva si era opposta al tentativo di procedere alla fucilazione lungo il muro di cinta della fabbrica, vennero condotti nei pressi della pesa pubblica di Lovere ( attuale Caserma dei Carabinieri ) e lì fucilati di fronte al alcuni cittadini inorriditi.
Lovere, testimone del crimine, si trasformò in una cittadella partigiana: tredici eroi caddero, ma altri presero il loro posto di combattimento e  la lotta partigiana visse, si rafforzò, andò avanti.
Altri giovani accorsero nella formazione, al fianco dei partigiani superstiti.
Nacque così la 53A brigata Garibaldi, che assunse il glorioso nome “ Tredici Martiri di Lovere “.