mercoledì 13 gennaio 2016

7. LA BRIGATA "CACCIATORI DELLE ALPI 2° DIO SCIATORI"
ERCOLE PEDRETTI il partigiano caduto per la Libertà
SIAM SEMPRE PARTIGIANI

Organizzare delle bande armate in montagna non fu per niente facile: dopo l’8 settembre del 1943 si radunarono, oltre ad anti-fascisti in fuga dai campi di prigionia, molti renitenti alla leva della Repubblica Sociale Italiana. Ragazzi di 17-20 anni, che erano nati sotto il Fascio e, semplicemente, fuggivano l’idea di combattere ancora.
Così con difficoltà, in alta Valle Brembana, si formò nell’autunno del 1943  la banda “Carlo Pisacane”, guidata da Ettore Tulli, che ebbe vita brevissima: fu dispersa durante un rastrellamento nell’ottobre dello stesso anno.
Nella primavera del 1944 si costituì un’altra formazione, la brigata “Cacciatori delle Alpi”, legata a Giustizia e Libertà, voluta da Mino Bartoli e Augusto Cerea, due partigiani ex alpini. Il riferimento patriottico del nome mantiene una sua doppia anima: l’una alta, risorgimentale, garibaldina; l’altra da ricollegare invece al gergo degli alpini e al loro spirito di corpo. Il 2° Dio è il 2° Artiglieria di montagna da cui proveniva il comandante della formazione.
Essa poteva contare su una trentina di elementi locali, disertori o renitenti, e aveva il suo raggio d’azione sui monti che fanno da corona a Foppolo, Valleve, Carona e Branzi. La formazione perse però dopo poco tempo sia Bartoli che Cerea, ridotti in fin di vita dai fascisti a Milano dove si trovavano alla ricerca di armi e attrezzature da montagna. Per futili questioni, ben presto nacquero gravi contrasti con i garibaldini valtellinesi, che sfociarono in uno scontro aperto nella notte tra il 17 e il 18 agosto a Carona con tre vittime: Sandro Mascheroni, comandante provvisorio dei Cacciatori, Venturino Giudici e Fulvio Berera.
Boario di Gromo, marzo 1945 - Da sinistra: Goggi, Fasana, Castelli, Bartoli, De Vecchi.
Dopo un periodo di sbandamento, a rimettere in piedi la formazione fu lo stesso Bartoli, sfuggito rocambolescamente ai tedeschi dall’ospedale di Niguarda dove era ricoverato e tornato in alta Valle ancora convalescente. Bartoli ed Ercole Pedretti effettuarono un audace colpo in banca a Rovetta in Val Seriana e con il ricavato si procurarono il necessario per stabilirsi nella zona dei Laghi Gemelli dove furono raggiunti, per trascorrervi l’inverno, anche dai partigiani della Val Taleggio che avevano seguito “Mario” Paganoni e dai superstiti dell’eccidio di Cornalba.
In luglio sul Monte Madonnino, nei pressi del rifugio Calvi, cadde un aereo da bombardamento canadese con cinque militari, tutti morti nell’incidente. I mesi successivi trascorsero senza fatti notevoli; sopraggiunto l’inverno, i “Cacciatori delle Alpi”, di stanza ai Laghi Gemelli, non smisero mai di compiere azioni di disturbo.
Ma non si interruppe nemmeno la repressione nazi-fascista che costrinse gran parte dei partigiani a trovare provvisorio rifugio qua e là e provocò altre vittime tra cui Ercole Pedretti, sorpreso e ammazzato dai fascisti fuori dalla sua casa a Branzi il 22 gennaio 1945.
Il 2 marzo 1945 i “Cacciatori delle Alpi” attaccarono il presidio della G.N.R. di Branzi ma l’operazione ebbe un finale drammatico. Dopo la fucilazione, da parte dei partigiani, del commissario prefettizio di Carona Ernesto Riceputi, accusato di essere una spia, sopraggiunsero in forze le Brigate Nere di Bergamo e Piazza Brembana e gli scontri si conclusero a Carona con sette perdite da parte fascisti e tre partigiani: Enzo Pedrali “Morgan”, Battista Zanga “Tino” e Mosè Piccardi “Spinassa”.
Questa fu l’ultima azione della brigata prima della Liberazione, a cui partecipò attivamente.
Il comandante "Mino" Bartoli, il primo a destra.
Tratti da alcuni articoli e dal libro “La zia nell’armadio” di Giacomo Bartoli “Mino”:

“Il nostro scopo era quello di salvaguardare gli impianti idroelettrici dell’alta Valle Brembana, nel timore che i tedeschi, prima della fuga, li facessero brillare.
Infatti, pochi giorni prima della fine della guerra, ci fu il tentativo di minarli, ma vennero respinti da un nostro assalto e gli impianti furono salvi”.

“Il nostro armamento era rappresentato da vecchi fucili della prima guerra mondiale e da poche mitraglie portatili, oltre agli Sten di origine inglese.
Quindi molto leggero e poiché le munizioni dovevamo risparmiarle al massimo le nostre azioni si riducevano a dei colpi di mano, effettuati con la massima sorpresa”.

“Le migliori azioni sono state quelle in cui non abbiamo sparato un solo colpo.
Ci sono comunque stati dei combattimenti, come nel caso della battaglia di Branzi. Non potevamo minimamente pensare di occupare centri abitati e tenerli, e tanto meno potevamo opporci ai cannoni del nemico”.

“Con le imboscate avremmo potuto eliminare molti più nemici, con la conseguenza però che i paesi delle nostre basi, sarebbero stati incendiati, con conseguenze per noi, incalcolabili”.

“La nostra presenza in montagna, con i nostri continui disturbi, aveva soprattutto lo scopo di tenere molte truppe nemiche, impegnate a presidiare i centri urbani, impedendo che fossero inviate al fronte”.

Renato Farina, in un articolo intitolato “Il partigiano scomodo Mino Bartoli” scrive: “La sua è una storia bellissima: quella di un uomo coraggioso…un Comandante partigiano alla testa di duecento uomini, sciatori provetti nelle alte valli orobiche”.
La bandiera delle Brigate "Giustizia e Libertà".
E’ giusto ricordare cosa sta scritto negli archivi di Londra, nell’incartamento HS 6/865 intestato “Mission Homestead” firmato  dal capitano R. H. Pearson che aveva monitorato con severità la nostra Resistenza: “Ranieri, alias Bartoli: il comandante è giovanissimo, tuttavia sa bene ispirare i suoi uomini e farsi amare da loro, offrendo un modello con il suo comportamento coraggioso e noncurante del pericolo, e con la sicurezza di sè. Ha una figura elegante, con l’aria di un sognatore ed ha la fama di essere giusto e generoso e un vero difensore della libertà. Può essere ben descritto con la formula con cui i suoi uomini amavano scherzare con lui: “Comandante, portaci a morire”.

2 Maggio 1945 - Bergamo, Via Tasso.
La brigata partigiana di Giustizia e Libertà "Cacciatori delle Alpi" - 2° Dio Sciatori" sfila di fronte al Palazzo della Prefettura

con alla testa il comandante "Mino" Bartoli (al centro con i pantaloni neri).

Ercole Pedretti, nato a Branzi nel 1920, abile sciatore e appartenente alla squadra nazionale di discesa, si aggregò alla brigata “Cacciatori delle Alpi” di Giustizia e Libertà nel giugno del 1944, assieme a un gruppo di compaesani con i quali si era dato alla macchia nel mese precedente.
Da quel momento il giovane sciatore prese parte alle principali azioni compiute dalla formazione guidata da Mino Bartoli in Alta Valle Brembana, a cominciare dall’attacco al presidio fascista del Lago Venina, dove la “Cacciatori delle Alpi”, senza nessuna perdita, riuscì a far prigionieri diciotto militi e a impadronirsi di un notevole carico di armi e munizioni.
Sempre Pedretti, che intanto aveva assunto il nome di battaglia di “diavolo della montagna”, assieme al comandante Bartoli fu protagonista dell’audace colpo all’agenzia di Rovetta della Banca Mutua Popolare di Bergamo, allo scopo di procurarsi danaro per l’acquisto di rifornimenti ed attrezzature logistiche in vista dell’inverno. Così Bartoli ricorda l’avvenimento: “Partimmo, io ed Ercole Pedretti in sci dai Laghi Gemelli, un giorno che nevicava ed attraverso il passo omonimo (molto pericoloso per le slavine) raggiungemmo Valcanale e quindi Ardesio, il Colle Palazzo, Valzurio, il Monte Blum e finalmente Rovetta. Entrammo in banca armati di pistola, visti da cinque militi della Brigata Nera armati di mitra che però non ebbero il coraggio di affrontarci e che si limitarono a telefonare a Clusone chiedendo rinforzi.
Infatti subito dopo la nostra operazione…bancaria…(ci qualificammo come patrioti e che quanto prelevato sarebbe stato restituito a fine guerra: rilasciammo un impegno scritto e mi risulta che in seguito sia stato onorato), mentre affrontavamo il Monte Blum, arrivarono a Rovetta tre camion gremiti di fascisti, i quali spararono nella nostra direzione e ci seguirono anche dopo che avevamo superato la Valzurio. Rientrammo per la stessa via ai Laghi Gemelli”.
Sfuggito alle azioni condotte contro la brigata dai fascisti tra dicembre e l’inizio di gennaio, Ercole cadde durante il rastrellamento del 22 gennaio 1945 a Branzi.
Il partigiano Ercole Pedretti
Tratto da “La Resistenza in Valle Brembana e nelle zone limitrofe” di T. Bottani, G. Giupponi, F. Riceputi:
“… la Brigata Nera di Piazza Brembana, comandata dal capitano Bondioli (buon alpinista e perfetto conoscitore delle montagne bergamasche : aveva attrezzato i suoi uomini, una cinquantina, con gli sci e quindi era in grado di darci una caccia spietata), si portò nella zona di Branzi. L’azione fu condotta da due squadre guidate rispettivamente dai tenenti Bulzinetti e Tringali e forti di una quarantina di uomini. Nel pomeriggio, dopo aver perquisito gli alberghi Branzi e Monaci e gli avventori delle osterie, i rastrellatori si misero alla ricerca di partigiani nei dintorni del paese. Era sceso in paese dai Laghi Gemelli assieme a Bartoli (Comandante della “Cacciatori delle Alpi”) e a Lino Oberti per compiere alcune commissioni finalizzate a rilanciare l’attività della brigata in vista dell’imminente ripresa della lotta. Nel tardo pomeriggio, al momento di tornare in montagna, Pedretti chiese il permesso di recarsi alla propria abitazione, per aggiustare la porta di casa danneggiata dai rastrellatori (…altrimenti corro il rischio che mi portino via tutto) e, pare, a recuperare un’arma e delle munizioni che vi aveva nascoste.
Al momento di ripartire fu però sorpreso dall’arrivo dei fascisti i quali, appostati sul ponte Redorta e sulla mulattiera adiacente, aprirono il fuoco su di lui che cercò di mettersi in salvo risalendo il torrente in direzione di Valleve come aveva fatto già altre volte: ma lo aspettavano al varco. Benché ferito gravemente, Ercole rispose al fuoco e ferì uno degli assalitori, ma poi dovette soccombere: ai militi disse che preferiva morire piuttosto che cadere nelle loro mani.
Fu crivellato di colpi e abbandonarono nel greto del torrente  della Val Liffa, poco a monte del ponte Redorta”.
I partigiani, avvisati dell’attacco, scesero a Branzi e costrinsero i fascisti a lasciare il paese. Nel frattempo il parroco, avvertito da una sentinella repubblichina della morte di Ercole e seguendo le indicazioni di questa, si mise alla ricerca del caduto, aiutato da diverse persone del paese che, con le lanterne da minatore, risalirono la valle seguendo le impronte lasciate nella neve.
Trovarono il corpo del partigiano esanime sulla neve, ad una curva della strada, seminascosto in un cespuglio dove si era impigliato quando i nazisti lo avevano gettato dall’alto nel torrente. Caricato su una scala a pioli, fu portato nella camera mortuaria del cimitero dove fu raggiunto dai compagni partigiani.
Ercole Pedretti era il più bravo sciatore nella Bergamasca e un partigiano coraggioso, la sua scelta di unirsi alla brigata “Cacciatori delle Alpi” non fu dettata da interessi personali, ma dal solo desiderio di dare il proprio contributo alla lotta per la libertà.

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