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giovedì 27 gennaio 2022

27 gennaio 2022 - Giorno della Memoria

Un paio di scarpette rosse

la struggente poesia scritta dalla poetessa e partigiana italiana Joyce Lussu,
il drammatico destino dei bambini nei campi di concentramento nazisti.


C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco".

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

domenica 23 giugno 2019

lunedì 16 aprile 2018

DOMENICA 15 APRILE
LA SEZIONE A.N.P.I.
"Colli di Bergamo - M.O. Angelo Gotti e Martiri di Petosino
e l'ASSOCIAZIONE NAZIONALE AUTIERI D'ITALIA
Sezione Provinciale di Bergamo
hanno organizzato una
GIORNATA SUL MONTE UBIONE
in ricordo della M.O. ANGELO GOTTI
nei luoghi del suo martirio.
Ritrovo ore 9.00 al bivio Berbenno/Brembilla.
Si raggiunge il colle per percorrere insieme il Sentiero "Angelo Gotti"
voluto dall'ANPI Val Brembana e Tavola della Pace Val Brembana.
S. Messa ore 10.00 in località Cascina Como.
 A seguire, commemorazione del partigiano Angelo Gotti a cura dei rappresentanti dell'ANPI,
dell'Istituto del Nastro Azzurro e del Corpo degli Autieri del quale Angelo Gotti faceva parte.


La prima giornata in ricordo è stata celebrata nel 2016

Motivazione della Medaglia d'oro al valore militare: sono solo 9 le medaglie d'oro nella bergamasca.

La corona d'alloro deposta sul luogo della fucilazione

Tre buoni motivi per leggere

Una rappresentanza dei ragazzi di 5a elementare di Locatello con la loro insegnante

Gagliardetto della Brigata Garibaldi

La S. Messa


Il vessillo delle Fiamme Verdi Valbrembo, la Brigata di Angelo Gotti e la bandiera dell'ANPI

Il vessillo dell'Istituto del Nastro Azzurro

Grazie alla Resistenza abbiamo potuto  scrivere NOI la nostra Costituzione e non come altre nazioni che se la sono trovata scritta da altri 

La medaglia d'oro di Angelo Gotti portata sul petto da una parente

L'alzabandiera

L'Inno Nazionale Italiano: commovente anche se registrato

Il silenzio fuori ordinanza con il trombone

O bella ciao con la fisarmonica

I ragazzi di Locatello con i rappresentanti delle associazioni presenti

L'albero  della fucilazione di Angelo Gotti: si vedono ancora i segni delle pallottole

Ciao  partigiano Angelo...al prossimo anno!
Clicca qui e leggi la storia di Angelo Gotti

martedì 25 aprile 2017

Natale partigiano
di Renzo Baccino


Un racconto tratto dal 2° volume di “Quando si combatteva per la libertà…”,
un libro per ragazzi edito dall’ANPI alla fine degli anni 70.



In quella vigilia di Natale del 1944 si era combattuto aspramente presso il Ronco, un minuscolo villaggio posto a cavaliere di un colle prealpino. I tedeschi volevano occuparlo, perché il Ronco rappresentava come il cardine della resistenza partigiana. I difensori, un pugno di montanari, quasi tutti vecchi alpini, si erano asserragliati nell’ultima casa del villaggio, posta proprio al sommo del colle, e di lassù nessuno era riuscito a sloggiarli. La casa contesa era un’antica «caminata», dai muri spessi come quelli di un fortino. I colpi di mortaio l’avevano ridotta a un cumulo di macerie, ma fra i muri smozzicati i partigiani avevano costruito un nido di mitragliatrici.
All’imbrunire i tedeschi avevano sferrato ancora un assalto, ma sotto le secche falciate di una mitragliatrice pesante, erano stati costretti a ripiegare. Uno di essi era rimasto e giaceva supino, informe macchia grigia, sul bianco della neve che copriva la strada.
Era una notte fonda, una gelida notte invernale, piena di brividi lontani di stelle. Non una luce brillava, e tuttavia la neve ch’era intorno avvivandosi delle luci sideree, emanava un tenue bagliore. Lontano, duri profili di montagne tagliavano l’orizzonte come lame di ghiaccio.
Dai comignoli delle case occupate si dipanavano dense colonne di fumo: i soldati tedeschi avevano cercato riparo al freddo e dividevano con i contadini il tepore dei focolari. Solo alcuni erano rimasti agli avamposti. I partigiani avevano trovato rifugio in un locale seminterrato e cercavano di scaldarsi a un misero focherello. II comandante Folgore era rimasto fuori all’addiaccio, assieme a un mitragliere, e, avvolto in un vecchio giubbone di pelliccia, a ridosso di un muro, scrutava le tenebre, mentre il suo orecchio esercitato vagliava ogni rumore, ogni scricchiolio.
II silenzio era alto, quasi solenne. Nulla si muoveva intorno. C’era solo quel morto disteso supino laggiù sulla strada, che sembrava guardare il cielo gremito di stelle.
Improvvisamente un suono lontano, tanto lontano che pareva nascere dal profondo dell’animo, giunse all’orecchio di Folgore: un tintinnio di campane… E allora ricordò. Era Natale! E quel suono scendeva dalle pievi dei suoi monti, dalla zona franca partigiana, ove regnava la libertà, ove si poteva suonar le campane in barba ai tedeschi e ai fascisti.
Tacquero le campane dei monti e fu ancora silenzio. II morto era sempre là e pareva che anche lui tendesse l’orecchio per ascoltare la sua campana di Natale. Sì, anche lui, pensò Folgore, aveva una casa lontana, moglie, figli che in quel momento uscivano per recarsi alla messa… E non sapevano che…
Uno strano scricchiolio interruppe le meditazioni del comandante. Qualcuno camminava nella notte… Ma non dalla parte del nemico, bensì dalla vallata che stava alle spalle dall’appostamento.
Folgore lanciò un breve avvertimento ai partigiani e tosto essi uscirono dal loro rifugio e presero posizione. Immobili stettero con le armi impugnate ad ascoltare la notte.
Sì, qualcuno si avvicinava. Si udiva il ritmico infrangersi della crosta gelata sotto il peso di chi si avvicinava. Poi, a un tratto, su di un sentiero lungo una siepe apparve una strana ombra grigia che avanzava lentamente.
Ora la strana ombra, avvicinandosi, si andava delineando. Erano due bambini, quelli, non c’era alcun dubbio! Due bimbi che andavano attorno soli, in quella gelida notte, piena di agguati mortali. Venivano innanzi adagio, incespicando e gemendo, e a tratti parlavano fra loro:
– Ho freddo, Maria, ho freddo – diceva una vocina tremante.
– Zitto, Carlo… Ecco il Ronco. Fra poco saremo dalla nonna – rispondeva un’altra vocina più ferma.
Erano oramai a pochi passi, quando Folgore li chiamò, a bassa voce:
– Ehi! Bambini, per di qua! … Silenzio che ci sono i tedeschi in paese!
II gemito del piccolo cessò di botto. La bambina chiese sgomenta, con un soffio di voce:
– Chi chiama?
– Zitti! … Venite qui da noi!
I due avanzarono ancora e furono tra le rovine. Erano molto piccoli, la maggiore forse di dieci anni e il bimbo di cinque o sei. Tremavano dal freddo e dalla paura. I partigiani li presero in braccio e li portarono accanto al fuoco. Seduti, si strinsero l’un con l’altro, come per difendersi dall’ignoto che li circondava.
Un partigiano porse loro da bere, ma essi si schermirono. Folgore li guardò un istante, poi con voce stranamente dolce, chiese loro:
– Di dove venite, piccoli?
– Da casa – fece la bambina. – È la cascina del Rosso la nostra casa.
– E perché l’avete lasciata la vostra casa per andare attorno la notte?
– Eravamo soli… il papà… – e la bambina ebbe la voce smorzata da un singhiozzo – è in guerra, disperso…
– E la mamma?
– La mamma non ce l’abbiamo. È morta…
– Oh, poveri piccoli. Ma dove volete andare a quest’ora?
– Dalla nonna – disse il piccolo con ansia, nascondendo subito il viso in grembo alla sorellina.
– Ma al Ronco ci sono i tedeschi. Non potete proseguire – interloquì un partigiano.
– Dovete tornare indietro. Vi accompagnerò io – aggiunse Folgore.
Fu silenzio per un istante, e si udì solo il lieve crepitare della fiamma. Folgore pensava. E nel pensare si risovvenne di quel suono di campane udito fuori, poco prima… E poi chissà perché, ripensò a quel morto ch’era fuori, supino sulla neve… Natale!
Si alzò deciso – Andiamo – disse – Tenterò di mandarvi dalla nonna.
Un partigiano osservò: – Se li fai uscir fuori te li fulminano!
– Forse non spareranno – rispose il comandante – Lascia fare a me.
Uscì, seguito dai suoi e dai bimbi, e a cauti passi si portò presso il suo solito osservatorio. Poi, con tutta la forza dei suoi polmoni da montanaro grido:
– Ehi, Tedeschi! … Mi sentite?
Ripeté tre volte il suo grido che smoriva senza echi nel silenzio. Al terzo richiamo una voce sorda rispose: – Noi Tedeschi sentire… Chi chiamare?
– Siamo noi i partigiani… Ascoltate: ci sono qui due bambini…
– Due bambini? Sì, capito… due bambini.
– Sono soli, senza casa, senza nessuno, vogliono andare nella casa dalla nonna che abita costì, nella casa sotto la chiesa…
– Nonna? Oh, sì… Großmutter … Capito.
– Volete lasciarli passare?
La risposta si fece attendere. Poi, giunse come esitante:
– Non potere… no, non potere.
– Ma domani è Natale e sono soli!
– Natale… sì, Natale… Capito!
Ci fu una pausa che parve interminabile. S’udì come un parlottio aspro, concitato, poi la solita voce nemica parlo:
– Avanti i due bambini… Soli… Noi non sparare.
– Possiamo fidarci di voi?
– Sì, noi non sparare su piccoli. Parola di soldato!
Folgore si voltò, carezzò il capo dei bimbi e disse brevemente:
– Andate. Buon Natale.
I due fanciulli entrarono nella strada e avanzarono esitanti, tenendosi per mano. I partigiani, con le armi puntate verso il nemico, li seguivano a ogni loro passo.
Ma non accadde nulla. I bimbi si fermarono esitanti un istante presso quel morto disteso sulla neve, poi proseguirono, piccola macchia grigia su di un candido lenzuolo. A un certo punto svoltarono e fu silenzio.
Ancora i partigiani si ritirarono nel loro rifugio e Folgore rimase immobile nella notte, con gli occhi fissi a quel buio che aveva inghiottito i due fanciulli. Pensava. Quelli di là non avevano sparato. Anche in loro dunque c’era un briciolo di umanità. Erano uomini anche loro, infine. E nella notte di Natale anche nel loro cuore indurito si era accesa una fiammella di umanità.
Guardò ancora quel morto, supino sulla neve ghiacciata. Guardò su verso i monti dov’era la sua casa, i suoi bimbi. Poi si decise. Si affacciò al muretto e gridò:
– Tedeschi! Ohé… Tedeschi!
La risposta fu pronta:
– Qui Tedeschi… Che volete partigiani?
– Sentite… Quel vostro camerata ch’è in mezzo alla strada… Venitevelo a prendere… Non spareremo!
– Non sparate voi?
– No. Parola di partigiano!
– Venire… sì subito venire…
Ci fu ancora un attimo di quiete, poi di lontano fiorì un allegro scampanio che riempì la notte di un miracoloso senso di gioia.
Era mezzanotte! Cristo era sceso in terra e le pievi ne davano l’annuncio. Folgore stette immobile ad ascoltarle, mentre nella sua mente era un tumulto di strane immagini: ceri accessi, bimbi sperduti, un soldato tedesco supino sulla neve con le braccia spalancate… Finché s’accorse che il gelo gli mordeva gli occhi. Quando fa molto freddo, le lacrime fanno questi scherzi. 

giovedì 2 giugno 2016

10 MARZO - 2 GIUGNO 1946/2016
IL VOTO ALLE DONNE E LA REPUBBLICA ITALIANA
COMPIONO 70 ANNI.
PICCOLA RICOSTRUZIONE STORICA E SOCIALE DI QUEGLI ANNI.

La mattina del 10 marzo 1946 le donne italiane vestono l’abito nuovo dei giorni di festa e compiono una deviazione rispetto al tragitto quotidianamente percorso, lasciando la strada che porta al mercato, alla scuola dei figli o alla fabbrica, per avviarsi ai seggi.
Sporta sotto il braccio, si mettono in fila accanto agli uomini per apporre una X sulla scheda che chiama tutti i cittadini, senza più distinzione di sesso, a partecipare alla cosa pubblica esprimendo la propria opinione.
Le italiane votano così per la prima volta in occasione di quelle prime elezioni successive alla caduta del fascismo, le amministrative organizzate in 436 comuni.
Operaie e contadine, borghesi e proletarie, suore e impiegate, tutte accomunate da un’inedita emozione e da un ritrovato orgoglio (ma anche da un non indifferente spavento), vivono quella conquista come una “sperimentazione della propria autonomia”, secondo quanto scritto da Patrizia Gabrielli, docente di Storia di genere all’Università di Siena-Arezzo, nel suo appassionante libro “Il 1946, le donne, la Repubblica” (Donzelli editore, 2009).
Finalmente, dopo anni di battaglie e con grande ritardo rispetto ad altri Paesi europei, anche nel nostro Paese le donne possono esercitare il diritto di voto, sancito il 1° febbraio 1945 dal decreto legislativo luogotenenziale n. 23 (secondo governo Bonomi).
Quel giorno di marzo di settant’anni fa è però rilevante anche per un altro motivo: esattamente quel giorno, mentre si svolge quella prima, importante consultazione elettorale, viene promulgato il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 (primo governo De Gasperi) attraverso il quale è riconosciuto alle donne il diritto ad essere elette presso l’Assemblea Costituente e dunque - più in generale - a ricoprire incarichi pubblici e istituzionali.
Ottantaquattro giorni dopo, il 2 giugno 1946, ventotto milioni di italiane e italiani sarebbero stati chiamati a scegliere - tramite referendum - fra Monarchia e Repubblica e ad eleggere i membri di quell’Assemblea Costituente chiamata a riscrivere una nuova architettura dello Stato appena uscito dal ventennio mussoliniano e dal secondo conflitto mondiale.
In questo contesto le potenze uscite vincitrici dalla guerra osservano con interesse la situazione italiana, ragion per cui anch’esse giocano un ruolo nella partita. Così mentre gli inglesi si mostrano favorevoli a confermare l’istituzione monarchica in chiave anticomunista, gli americani spingono affinché il popolo italiano sia libero artefice del proprio destino.
Anche il Paese è profondamente spaccato: al Nord la Repubblica è considerata l’unica soluzione, mentre al Sud la prospettiva di sganciarsi da casa Savoia è vista alla stregua di una minaccia.
Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 vede però una vittoria abbastanza netta (anche se non schiacciante) della forma repubblicana, con il 54,3% dei voti validi (contro il 45,7% ottenuti dalla corona sabauda) e circa due milioni di voti di scarto.
La fine della Monarchia regnante in Italia da 85 anni avviene in un clima di tensione tra accuse di brogli e polemiche sulla regolarità della votazione, motivate da questioni formali relative all’interpretazione del decreto che ne aveva fissato le regole. Polemiche in buona parte infondate e non basate su dati di fatto, pertanto incapaci di delegittimare e minacciare la neonata Repubblica. Se anche infatti si fosse provato (e non è mai stato provato) che quei due milioni di consensi di margine erano inesistenti o frutto di brogli, la Monarchia - identificatasi con la tradizione risorgimentale, dunque con la nazione stessa - non sarebbe potuta sopravvivere con il sostegno della sola metà del popolo italiano. La gran parte dei sostenitori di casa Savoia e lo stesso Umberto II (re per soli 35 giorni, prima di recarsi in esilio in Portogallo) si rendono ben presto conto di ciò e del prezzo che sono chiamati a pagare per le non lievi colpe di cui la casa regnante si era macchiata nel corso del regime fascista.
Oggi, settant’anni dopo, la festa del 2 giugno è forse la più popolare tra tutte le feste civili nazionali.
E se è vero che – come alcuni sostengono – la legittimazione al voto femminile (e dunque al pieno suffragio universale) arrivò di fatto non grazie al suffragismo italiano (moderato ed elitario, rispetto a quello inglese e francese; soltanto in un secondo momento, infatti, esso avrebbe assunto un carattere di massa), ma a un provvedimento voluto da due statisti del calibro di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, è altrettanto vero che le donne arrivarono alle urne con grande convinzione e ...nonostante tutto
Nonostante l’avversione della stampa, anche satirica, che non perdeva occasione per denigrare le suffragiste, descrivendole come cattive donne e servendosi di commenti tanto ironici, quanto maschilisti per descrivere l’aspetto fisico delle prime donne elette (all’Assemblea Costituente), tanto lontane dal canone femminile dell’epoca incarnato dalle curve di Gina Lollobrigida e Sophia Loren.
Nonostante la posizione della Chiesa, che vedeva ancora la donna quale “angelo del focolare”, benché in un discorso Pio XII volle alleggerire le anime delle cattoliche da ogni remora sulla liceità della loro partecipazione alla vita pubblica, avviandole a compiere – seppur con andatura incerta – i primi passi nella politica.
Nonostante lo scherno di numerose celebrità, come Vittorio De Sica e Vittorio Gassman, che vedevano nel voto femminile un “nemico della serenità domestica” (e non mancava chi – come l’attore Luigi Cimara – liquidava la questione in maniera paternalistica e sessista, affermando: “L’importante è che le donne continuino a fare quello che fanno, anche votando; sono tanto carine…”).
Eppure, per fortuna, non tutti assunsero simili prese di posizione: alle suffragiste e alle militanti dei partiti di massa, si aggiunsero le voci di giornali popolari come “Grazia” e “Gioia” (che esortavano le donne a far sentire la propria voce) e di donne “comuni”, incuriosite dalla possibilità di una vita esterna ed estranea a quella vissuta all’interno delle mura domestiche.
Citando la testimonianza di Marisa Ombra, partigiana piemontese:
“Per noi donne andare in guerra e imparare allo stesso tempo la politica è stata una sconvolgente scoperta. La scoperta che la vita era, poteva essere qualcosa che si svolgeva su orizzonti molto più vasti di quelli fino allora conosciuti. Che esisteva un’altra dimensione del mondo. E’ stato quindi un evento che ha modificato la nostra stessa idea di vita, è stato un prendere a pensare in grande”.
A Marisa e a tutte le altre donne della Resistenza;
alle donne che sono rimaste a casa per sostituirsi agli uomini in guerra e hanno cresciuto i propri figli, 
garantendo così un futuro all’Italia;
alle donne che si sono battute per diritti che oggi appaiono scontati, 
come indossare una minigonna o esprimersi attraverso l’esercizio del voto;
ad Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, 
Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, 
Maria Maddalena Rossi e Vittoria Titomanlio, ovvero
alle ventuno deputate dell’Assemblea Costituente che il 25 giugno 1946 fecero risuonare per la prima volta il suono di tacchi femminili nell’aula di Montecitorio;
alle donne promotrici di associazioni come l’Unione Femminile Italiana, che contribuì a rendere la politica un argomento di cui potessero discutere tutte;
a tutte le donne che oggi, a distanza di settant’anni, s’impegnano perché ogni campo della sfera pubblica, dalle professioni alla politica, non sia di esclusivo appannaggio maschile
dedico questa giornata e l’anniversario (il 70°) che essa contempla.

Vorrei ringraziare Danilo per i suggerimenti e le opportune correzioni grammaticali e storiche.                            

lunedì 25 aprile 2016

17. 1945: LA LIBERAZIONE
IL NOSTRO INNO

1945. Bergamo. Comizio del comandante Fletcher
con i membri del CLN dopo la Liberazione.
Ed arriviamo così al mese di aprile 1945 ed ai giorni dell’insurrezione.
Le forze partigiane potevano ormai contare su centinaia di uomini armati ed addestrati: ottanta inquadrati nella 86A “Garibaldi” e venticinque nella “Matteotti” in Val Taleggio, cinquanta nei “Cacciatori delle Alpi” in alta Valle Brembana, duecento nella “XXIV Maggio” e duecentocinquanta nella “Fratelli Calvi” in Valle Serina e nella zona di Villa d’Almè, più altri pronti ad intervenire in caso di necessità. Dall’inizio di aprile ogni giorno fu un susseguirsi di sabotaggi sulle strade e sulla linea ferroviaria, cattura di prigionieri, fucilazione di spie, scontri armati.
Il 25 aprile 1945 i primi ad entrare in azione furono i partigiani della “XXIV Maggio”, stanziata a Serina, comandati dal commissario di Divisione Mario Invernici e dal capitano inglese Manfredi che nella nottata occuparono la caserma delle G.N.R. di Zogno, la caserma della Brigata Nera e gli uffici della Forestale di San Pellegrino, imponendo la resa incondizionata a tutti i fascisti.
Il 26 aprile venne occupato San Pellegrino: i duecento fascisti presenti in paese si arresero rapidamente. Dall’alta valle in­tanto scese la formazione “Cacciatori delle Alpi” che liberò Piazza Brembana, mentre l’86A “Garibaldi” occupò San Giovanni Bianco attaccando il presidio fascista che si arrese nel giro di poche ore e danno luogo al alcune esecuzioni di elementi da tempo segnalati per la loro attività anti-partigiana. I partigiani della “XXVI Maggio” decisero di fucilare a Cornalba un gruppo dei militi della Forestale di San Pellegrino autori dell’eccidio della fine del 1944. Causa un guasto, il
camion che li trasportava si fermò proprio sulla salita del laghetto di Algua e qui otto forestali furono fucilati. Arrivati a San Pellegrino tutti i partigiani si diressero verso Bergamo, fermandosi a Pontesecco, in attesa che si concludessero le trattative di resa, e dove era già arrivata la brigata “Vittorio Veneto”. Respinti dai cecchini presenti sulle mura di Città alta e arrestati dal posto di blocco nei pressi di Borgo San­ta Caterina, il grosso dei partigiani attesero il giorno seguente. Bartoli e la “Cacciatori delle Alpi” si avviarono verso San Virgilio, occupando il colle senza trovare particolare resistenza.
Nella prima mattinata del 27 aprile le for­mazioni della Valle Brembana si diressero verso il centro, ad eccezione di venti uomini della “XXIV Maggio” che si diressero verso Città Alta, che fu liberata in poco tempo. Intanto in città, ma soprattutto in periferia, la tensione divenne altissima. Nei pressi di Seriate una colonna fascista incontrò i partigiani della 53A “Garibaldi” e alcuni della “XXIV Maggio”; caddero ventidue partigiani e dodici civili. Un’altra colonna da Colognola si diresse verso Martinengo, mentre una terza proveniente da Brescia aprì delle trattative con i partigiani, evitando di entrare in città. In centro si scatenò la caccia al fascista e ai cecchini repubblichini che sparavano dai tetti in direzione dei partigiani e dei civili. Dopo lunghe ore di trattative con i tedeschi, in prefettura, brulicante di parti­giani, venne consegnata la dichiarazione di resa agli inglesi; essendoci solo due inglesi a Bergamo i partigiani la stracciarono. Nella nottata si scatenarono scontri tra partigiani e fascisti in rotta per tutta la pia­nura. Gli scontri più sanguinosi avvennero a Seriate, Capriate, Cisano Bergamasco, Caravaggio, Ciserano e Fara.
All’alba del 28 aprile, stremati da una notte di combattimenti, una staffetta tedesca con­segnò in prefettura la dichiarazione di resa agli inglesi e agli italiani:

Bergamo è libera, Bergamo è anti­fascista!


Le prime forze partigiane che entrarono in Bergamo il 26 aprile 1945 furono i partigiani della “XXIV Maggio” mentre gli alleati entrarono a Bergamo il 29 aprile.
Il 4 maggio ebbe luogo a Bergamo la sfilata ufficiale di tutte le formazioni partigiane. Ma ben presto tutti i gruppi furono smobilitati, in modi anche alquanto bruschi.
A San Pellegrino i partigiani della “XXIV Maggio” furono disarmati il 27 maggio sulla pubblica via da una ventina di carabinieri al comando di un capitano inglese.

Il giorno della Liberazione a Piazza Brembana.




Concludo questa mia ricerca in diciassette "pagine" con dei pensieri a me cari.
“Non è possibile parlare di Resistenza senza parlare di sentieri, di colline, valli e montagne. Per capire che cosa è capitato dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 è necessario cercare di ascoltare alberi, fiumi, colline, montagne, prendere uno zaino e infilarsi un paio di scarponi.
Per ricordare bisogna camminare, e il cammino diventa ricordo e scoperta: dentro la bellezza della natura, si scoprono e si ritrovano la storia degli uomini e delle idee. Si ritrovano la storia e le idee di quegli uomini e donne che dopo l’8 settembre 1943 scelsero di andare a combattere in montagna per un muto bisogno di decenza”.
Primo Levi  - Se non ora, quando?.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani…”.
Piero Calamandrei - avvocato, padre costituente, giornalista, politico e docente universitario.
“Dio mio, quanto vi siete divertiti!”.
Italo Calvino -  letterato e partigiano.
 

Grazie a tutte quelle persone che mi hanno seguito in questo racconto. Facciamo in modo che il 25 Aprile non resti solamente una giornata da picnic, da passare "fuori porta"...per non dimenticare!.