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venerdì 17 luglio 2015


Ho posto delle domande precise ad alcune persone che hanno partecipato alla visita guidata nella nostra Chiesa.

‹‹Abbiamo la Madonna del Rosario, l'Immacolata, l'Addolorata, molte altre, ma la Madonna vera quale dovrebbe essere?
Perché ci sono tanti tipi di Madonne?
Se qualcuno vuole sapere chi è la Madonna va in confusione perché ognuna è diversissima dall'altra e ha tanti nomi, mentre per Gesù resta sempre quello. Sapete il perché? ››.


Ecco un riassunto delle risposte che ho ricevuto.

‹‹Ogni appellativo di Maria vuole farne esaltare un aspetto diverso e non fanno si che ci siano tante Marie. Faccio un esempio: se ti dico che sei "bello", "simpatico", "affascinante", "divertente", non ti moltiplico all'infinito ma sto solo sostenendo tue diverse caratteristiche. Così vale per Maria. Chiamarla l'Immacolata, Madre di Dio, Ausilio dei Cristiani, Sede della Sapienza significa dare risalto a una caratteristica piuttosto che un altra. Caso ancora più semplice da capire è quello in cui la Madonna porta il nome di una città o di un luogo geografico: Madonna di Loreto o di Fatima. In questo caso si denota il luogo di apparizione oppure di una certa devozione particolare››.

‹‹Per quanto riguarda le diverse raffigurazioni della Madonna bisogna dire che il discorso non è più religioso ma culturale. E' proprio di ogni cultura avere una propria iconografia. Le diverse immagini di Maria hanno un significato simbolico e non descrittivo. Nessuno conosce, infatti, il vero volto di Maria. Ogni cultura, in conformità a dei propri standard e a dei propri modelli di riferimento, da un’immagine diversa. Vi è da dire che se le immagini sono diverse il modello ideale di riferimento è unico››.

‹‹È vero che potrebbero essere rappresentate le qualità, ma perde attendibilità quando vi sono immagini nettamente diverse - con o senza corona, con la pelle scura, col rosario, col bambino - a rappresentare Maria e vi è un culto differente e diverso per ogni immagine come vi è una devozione diversa che non avrebbe senso se fosse rivolta a diverse "qualità" di una stessa persona››.

‹‹Spiegami la devozione di mia madre per la Madonna di Pompei e la scarsa fiducia nell'Incoronata di Foggia, due rappresentazioni di Maria: a livello dialettico si può dire di tutto e di più ma non è confortato dal comportamento "sul campo". Una mia conoscente, dopo un incidente occorso a suo marito, si è recata a Caravaggio per pregare la Madonna di quel Santuario pur avendo "in casa" il Santuario della Madonna della Neve. Pensi che le considerasse uguali? E, da notare, se questi comportamenti non sono "accettabili" perché non si fa nulla per correggerli? La risposta non dovrebbe essere "si fa per ignoranza!" perché dovrebbe esserci qualcuno atto a colmare queste lacune››.


 ‹‹Perché tanta gente è disposta anche a fare enormi sacrifici per recarsi a Lourdes: se fosse la stessa cosa, potrebbe rivolgersi a qualunque Madonna di qualunque Parrocchia e dovrebbe essere, comunque, miracolata››.

‹‹L'iconografia non la discuto, è "l'adorazione diversa" che metto in dubbio. Se la Madonna è una perché andare a Lourdes: non giriamo la frittata! Sono diversi "idoli", ammettiamolo una buona volta! Se Cattolico è Universale, la cultura dovrebbe entrarci come i cavoli a merenda: acquisire una divinità Maya e farla diventare la Santa Vergine del Pilar può andar bene per chiunque ma non può essere spacciata per unicità di persona (Maria)››.

‹‹Il culto a Maria non faceva parte della fede cristiana originale. È evidente che Maria, la madre di Gesù, fosse una donna eccezionale, devota e pia, scelta in modo speciale per portare nel suo grembo il corpo del nostro Salvatore, ma nessuno degli apostoli e neppure Gesù insinuarono mai l'idea di un culto o di una venerazione verso di Lei››. 

‹‹La Bibbia insegna che il Signor Gesù, e solamente Lui, è la Via, la Verità, la Vita, che solamente Lui può perdonare i peccati, che solamente Lui fu senza colpe tra gli esseri viventi, che solo Lui deve essere pregato e non sua Madre››.

‹‹Penso che il culto della Madonna abbia sostituito quello della Dea Madre praticato da molteplici religioni pagane dell'Europa e non solo. A Napoli ad esempio, c'è la Madonna di Piedigrotta che è venerata per la fertilità: le novelle spose le chiedono la grazia per avere bambini, come anche i commercianti, gli agricoltori e gli allevatori. Inoltre la pregano le persone sterili. Nelle Isole Britanniche non ha fatto altro che sostituire la Triplice Dea, la principale divinità del pantheon celtico. Alla Madonna si chiede: fertilità, buon raccolto, bellissime cucciolate, fortuna nei commerci, benedizione di matrimoni, di bambini e di coppie che vogliono un bambino, oltre che per combattere la sterilità. Le stesse cose che si chiedevano a dee come Gaia, Gea, Partenope, Briga, Valpurga, Dona, Asa, Ishtar e Danu, tutte dee della terra e della fertilità di varie antiche religioni››.


‹‹La Madonna è la stessa, Immacolata vuol dire che è stata concepita senza peccato, Addolorata vuol dire che ha sofferto››.

‹‹Si potrebbe dire allo stesso modo Gesù Bambino, Gesù Adolescente, Gesù Lavoratore, Gesù Eucaristia, Gesù Crocefisso, Gesù coronato di spine, Gesù flagellato, Gesù risorto, Gesù asceso al cielo, ma si tratta sempre dello stesso Gesù! Anche il Sacro Cuore di Gesù non è come se fosse una persona diversa, ma è una devozione legata alla Messa››.

‹‹Non esistono culti diversi: e poi il fatto che una persona sia rappresentata in modi diversi fa sì che si tratti di più persone? Il ritratto di Dante fatto da Giotto è diverso da quello di Raffaello, ma questo fa sì che ci siano più di un Dante?››.

‹‹Nella Bibbia non c'è scritto che Maria si chiama Madonna e tutti gli altri nomi a Lei attribuiti: so che furono inventati dalla chiesa cattolica con il susseguirsi degli anni. Ad esempio nel 1954 Pio XXI proclama Maria "Regina del mondo", nel 1964 Paolo VI proclama Maria "Madre della Chiesa" perché la religione cattolica, dovendosi sostituire al politeismo dell'età classica, ha dovuto per forza di cose ricorrere a un escamotage, quello di sostituire alle tante dee, ninfe e compagnia bella, le sante e le varie madonne. È stato fatto anche per Gesù, ma in maniera diversa: per esempio si adora il sacro cuore di Gesù, come fosse qualcosa di separato dal Cristo››.

‹‹La Madonna è una sola, però è rappresentata in tante maniere, perché ogni paese ha una sua tradizione e viene rappresentata come la pensano. Però Madonna c'è né una sola!››.

‹‹E' una. E ciascun nome che si aggiunge a Lei è una sua particolare peculiarità che viene esaltata. E dipende anche da dove appare. Ti amo madre Celeste! Ave o Maria!››.

‹‹In parecchie cose la Chiesa non la capisco e questa è una di quelle››.

‹‹Sono appellativi ... come accadeva per gli dei greci e romani››.


Voi lettori… che cosa ne pensate?

giovedì 16 luglio 2015

S. MARIA ASSUNTA - LOCATELLO
12. GOCCE DI STORIA (seconda parte)

 Ho narrato nelle pagine precedenti che sicuramente ci sono stati degli insediamenti umani molto precoci: il ritrovamento di fossili e di ossa umane confermano questa umanizzazione della zona, facilitata dal fatto che il nostro terreno è composto in un modo molto caratteristico.
Questa zona, in modo particolare Corna e Locatello, nasce da uno scivolamento del suolo e dal distacco di grossi pezzi di terreno da Fuipiano e da Pralongone, una località sovrastante. Scivolando giù a blocchi si realizzano a valle, una serie di prati verdi, più o meno diritti, con a monte le vene di roccia. Questi pezzi di roccia fanno da freno al terreno e lo bloccano, formando un terrazzamento: e cosi via di seguito, sotto un altro pezzo di roccia e un altro terrazzamento. Pertanto, non sono terrazzamenti antropici, cioè quelli che le persone cominceranno a realizzare, per poter coltivare in piano un filare di vite, con muretti a secco per definire un pezzo di terreno. Sono molto precedenti e, soprattutto, sono naturali.

     La circostanza per cui le persone si sono situate in questa zona è dovuta allo scorrere del il torrente Imagna. Con la presenza dell’acqua si può fare un’infinità di opere, a parte berla. Se l'acqua è abbastanza forte, la si può utilizzare per far muovere delle ruote, che possono far battere dei magli per lavorare il legno o  per schiacciare i cereali e le castagne (la farina di castagne è stata per molto tempo la base per preparare il cosiddetto “pane dei poveri”). Crea un’energia che non è manuale, ma meccanica che aiuta moltissimo nel lavoro. Queste situazioni favoriscono, attorno al fiume, non la nascita di un solo borgo, ma di una serie di contrade ognuna delle quali è ragionevolmente una famiglia. Quelle famiglie che sono arrivate da Locate - padre, madre, fratelli, sorelle, parenti - si spostano e vanno in quello scampolo di terreno, altri vanno nel campo in parte, altri in parte ancora. Ciascun nucleo famigliare diventa proprietario e si lavora il suo pezzetto di terra. Ognuno scava la vena di roccia che ha a monte e, con le pietre, si costruisce la sua casa.
Con le pietre tagliate a "fette" realizzano le “piöde” che utilizzano per fare i loro tetti, inventando una modalità per coprire le case, che rimane una caratteristica unica della Valle Imagna. Costruire un tetto con le piöde è molto più impegnativo e difficoltoso che con un altro tipo di materiale: cominciano a costruire, secondo il loro modo di vivere e diventeranno dei veri maestri in quest’arte architettonica.

     Le case derivano dalla stamberga tedesca - siamo di origine celtica – e, soprattutto in questa zona, in cui abbiamo il terreno con un certo dislivello o pendio. Costruiscono più in alto la stalla o una struttura di deposito e, più giù la casa in modo che la stalla, che rimane a tergo, protegga un pò dal vento e dal freddo che viene dalle montagne. Davanti la “era”, sotto l'orto oppure un’altra stalla e poi un altro orto. Seguendo questo modello, creano una struttura particolarmente articolata, che tiene conto del poco che loro hanno per costruire e che devono far rendere con i migliori risultati, in modo che poi le cose funzionino nel migliore dei modi. Anche “era” è un termine celtico. Con questo termine bergamasco, possiamo intenderla come un anello che si porta al dito, da cui deriverebbe la fede nunziale. La “era” è uno spazio aperto come una corte o un'aia. Oggi chiamiamo aia un cortile o uno spazio aperto, che sta davanti o adiacente alle case abitate. Questo nome è rimasto ancora oggi, per  indicare una zona come la località Era in Locatello.

     Falsa è la credenza popolare, secondo cui il paese Locatello nasca dal nome della famiglia Locatelli, che nel periodo medioevale (1000-1300 d.C.) era tra le più illustri.  Si sa che i primi Locatelli furono mercanti di lana, notabili e possidenti di stirpe Guelfa.
Il primo documento che porta il nome Locatelli è del 1168. Nell'anno 1237 l'Imperatore Federico II, in feudo Adalberto Locatelli era signore di Locatello con il titolo di Barone. Nello stemma del casato Locatelli vi è  l'immagine dell’allocco - in bergamasco “löc” - rappresenta la radice del nome Locatelli. 
Secondo l'”Araldica dei cognomi”, il casato era rappresentato, nel XII e XIII secolo, da un'oca e poi da un cigno. Per la famiglia Locatelli, nobili longobardi, solo l'eleganza e la grazia di un uccello acquatico come il cigno appariva più consona al loro lignaggio. Inoltre, in molte tradizioni, il cigno significa vecchiaia gloriosa, portatore di buona fortuna e rispettabilità. Dal XV secolo l’emblema della famiglia è stato cambiato in allocco, sostituendo prima il gufo e poi la civetta, peraltro tutti simboli di saggezza, prudenza e vittoria.
E’ verosimile che il nome, successivamente, abbia determinato lo stemma e non il contrario.
Sullo stemma del nostro paese abbiamo il “löc” e, quindi, tutti pensano che il nome sia stato da questo attribuito; invece è esattamente il contrario. I nostri preti, quando diventavano vescovi, dovevano “disegnarsi” uno stemma. Un tempo si cercava un oggetto, un animale, un elemento che avesse assonanza con il nome. La famiglia Rota mette nel suo stemma una ruota, chiaramente, perché è la cosa che più le somiglia. Per “illustrare” il nome Locatello si mette il “löc”, che ha solo la dieresi di differenza, quindi si prende un animale notturno, un allocco o un gufo reale e lo si inserisce nello stemma per assonanza.

     Quando si deve individuare la famiglia che abita nella contrada adiacente si chiama, per dire, il Bortolo. Se poi si deve evidenziare un Bortolo tra i tanti, che ci sono in giro, si dice il Bortolo del Carlo, cioè figlio del Carlo. Cosi, in passato, si identificava un figlio dal padre. Negli antichi documenti, come sui certificati di battesimo vecchi, c’era scritto “di” oppure “fu” con riferimento chiaro al nome del papà. Questa razionalità è andata avanti per molto tempo. Ma quando gli abitanti di Locatello cominciano ad uscire dalla valle per raggiungere Bergamo, comincia ad essere difficile riconoscere il Bortolo, figlio del Carlo. Chissà quanti ce n’erano a Bergamo. Perciò cominciano a dire Bortolo de Locatello per affermare che veniva dal paese di Locatello come, citando dei nomi attendibili che troviamo nei documenti antichi, Torro – avvocato - de Locatello, Tonino – professore - de Locatello a cui hanno intestato una via del paese.
Capite che dal “de Locatello” arrivare a Locatelli il passo è breve. Pertanto, il nome Locatelli deriva dal paese e non il contrario: prima arrivano le persone che danno il nome al paese, da quello che avevano loro – Locate - e poi arriva il nome Locatelli.  Stime attendibili affermano che i Locatelli siano più' di 25.000, sparsi sui cinque continenti. Non mi sorprende, perché noi bergamaschi siamo molto orgogliosi. E’ difficile che un bergamasco chieda aiuto: prima “fa carte false” per riuscire a realizzarsi da solo. E’ sempre stato il carattere del bergamasco di non voler cedere.

     I primi abitanti di Locatello andarono a “lavorare via” quando, distrutto il ponte di Almenno e persa la speranza che Venezia lo ricostruisse, arrivò a metà del 1400, Bartolomeo Colleoni condottiero e capitano di ventura, assoldato prima da Venezia e poi da Milano, a distruggere e imporre delle tasse assurde.
I nostri nonni ci raccontano con le loro saggezze popolari - “…dal preost, dal dutur e dall’esatur el me libere ol Signur” - che ancora ai loro tempi si suonassero le campane a morte il giorno dell’esattore!
Gli abitanti di Locatello non erano tirchi, ma l'esattore delle tasse, quando puntualmente arrivava, chiedeva sempre di più a una popolazione che aveva sempre di meno: era una vera e grande tragedia. Non mancarono episodi di ribellione e di rivolta con le armi in cui intervennero i soldati ad accompagnare l'esattore delle imposte.
Gli uomini forti come i montanari “…in una povera Valle Imagna” … ”necessitati a cercar altrove vitto e sostentamento per le proprie fatiche e sudori…” si recano fare “li facchini” come recano i documenti, a trasportare le pietre e la sabbia “…su e giù per le salite”. Vanno a fare i servitori, gli Arlecchini o gli Zanni, a Venezia, sempre sfruttati ma accolti “a braccia aperte” perché sono dei grandi e onesti lavoratori. Dobbiamo esserne fieri, perché è importante sapere che discendiamo da un popolo tanto esemplare. Inviano a casa i soldi per comprare il mangiare alla famiglia e, insieme, mandano i “tesori” alle loro Chiese; questi quadri arrivano sicuramente dagli emigranti di Locatello.
Con la peste del 1630 e la chiusura, sempre più accentuata, per lo sviluppo di nuove vie, la Valle Imagna rimane tagliata fuori “dal mondo”.
La strada della Valle Imagna è una sola, mentre le altre valli sono tutte collegate fra di loro, quindi destinata ad un isolamento sempre più pesante. Dai primi anni del 1800 fin dopo la 1a guerra mondiale, molti bergamaschi, non solo di Locatello e della valle,  
“…si ritrovano a Venetia, in Frioli Ravena et in Franza”, come riporta in un documento Zuanne da Lezze nel 1596. Quando camminiamo per la via “Passeggiata dei Francesi”, ricordiamoci che quelli che erano andati a lavorare in Francia, tornando a casa, volevano avere qualcosa che ricordasse il luogo dove avevano lavorato e vissuto. Lo stesso discorso per “Corso Losanna” che richiama gli emigranti in Svizzera. Dobbiamo essere fieri di queste cose!

     Partono gli uomini, il paese si svuota. Rimangono le donne con i bambini e gli anziani. In attesa che arrivino i soldi dall'estero, che non arrivano mai, o da Venezia e da Milano, che arrivano una volta ogni tanto, le donne di Locatello si “fanno carico” di mantenere i loro figli e i loro vecchi.
Teniamo conto che, ragionevolmente, ogni volta che il marito tornava a casa in permesso, la moglie rimaneva incinta.
Mia nonna, quando mi raccontava la nascita dei suoi figli, mi diceva “…nel quarantasett e quarantott …nel quarantasic e nel quarantases nesun perché l’era in guera il Giass” facendo i conti sui figli in questo modo.
Queste donne, ogni volta che il marito ripartiva, erano quindi ragionevolmente incinte e dovevano lavorare la loro terra e “governare” la loro stalla per “…tirar su qualcosa per fare mangiare i loro figli”. Cominciano a lavorare il lino, la lana “…quelle femmine che tessono e filano” in modo da avere e vendere dei tessuti per avere dei soldi: non bastava nutrirli questi bambini, ma devi pur dargli qualcosa.
Con l'ultima emigrazione, la maggior parte delle donne si rifiuta di restare a casa. Prendono “baracca e burattini” e partono con i loro mariti, portando la famiglia: questa volta non lasciano che gli uomini vadano da soli. A quelle che rimangono, il compito di tenere vivo il paese, non come struttura, ma il paese come devozioni e  storia.

    Un monumento al loro coraggio e alla loro saggezza quando si ribellano ai Francesi, che arrivano e vietano le processioni del Venerdì Santo e le erogazioni. Le erogazioni, per il popolo di montagna ma anche di pianura dove c’è tanta terra, sono straordinariamente importanti, perché si girava dall'alba fino al pomeriggio, ma si toccava ogni punto del paese e ad ogni sosta il parroco doveva benedire ai “quattro venti”, con il risultato di benedirlo tutto e proteggerlo dai fulmini, dalle tempeste, dai temporali e dalla grandine, per ottenere un buon raccolto. Fanno il giro per conto loro, solo con il prete e mantengono queste tradizioni che sono veramente il senso, l’essenza vera di un paese.               
                   
     Arriviamo ai giorni nostri: la crisi tocca tutto e, ovviamente,  anche Locatello. Un grande segno di fiducia e di speranza  l’ho visto nei bambini. Ho incontrato nelle mie passeggiate una signora con quattro bambini, di cui uno appena nato. L’ho preso in braccio, me lo sono “spupazzato” per bene e le ho detto: “Che fortuna! Ha un battesimo”. E lei mi ha risposto: ”Ne ho tre! Nella mia contrada piccolinissima tre battesimi!”. Questo avviene alle donne che accettano di stare nei nostri piccoli paesi perché, lo sappiamo tutti, anche se il marito decidesse di stare qua e loro non vogliano, alla fine lo convincono ad andare via. Se rimangono ancora delle giovani coppie, dobbiamo dire grazie alle donne. Bisogna essere veramente riconoscenti alla loro saggezza, fermezza e solidità nel segno della tradizione.
E’ una cosa molto importante: è fedeltà e attaccamento alle proprie radici!

     Tutte le produzioni tipiche di questa zona non esistono più. Le lavorazioni della Valle Imagna erano basate sul legno: segherie, falegnamerie e tornerie. Famosi sono i “pinocchi” che sono nati qui ed hanno conquistato il mondo. Mio nonno partiva dalla bassa bergamasca con il carretto e veniva in Valle Imagna a prendere gli scarti di lavorazione delle tornerie, che servivano come legna da bruciare nel camino. Io, spesso, glieli portavo via perché avevano delle forme per me magiche e perché non capivo cosa fossero: mi ricordo delle volute, dei ghirigori, ottenuti dallo scarto delle gambe di una sedia e quello che rimaneva, per me, era comunque bello.
Queste cose non ci sono più. C’erano più di tremila artigiani del legno e ne sono rimasti, forse, trecento in tutta la valle. Alcuni di loro, che ho sentito di persona, mi hanno detto: ”Noo!…io le lavorazioni le faccio arrivare dalla Cina...costa di meno!”.
Rimane, secondo il mio parere, a parte la fierezza e l'orgoglio, la voglia di mantenere una terra veramente straordinaria! Ho notato poche mulattiere rimesse in ordine. Un sogno, per i prossimi anni, è che si riesca a sistemare anche le altre perché la mulattiera è un modo di collegare una contrada con l'altra, una casa con l'altra, nel calore e nell’amicizia: fare un cammino a piedi e dei passi di avvicinamento volontario nei confronti delle persone. Invece prendiamo la macchina, facciamo un pezzo di strada, la lasciamo al parcheggio, ”…te se incasett”  perché non c’è un  posto libero. Non è esattamente la stessa cosa. Bisogna mantenere questo senso dell'avvicinamento, dell'andare incontro. Si potrebbe realizzare, a livello turistico, una rete di mulattiere o rimettere in “buono stato” quelle già esistenti, e sono numerose, che attraversano “di qui e di la”: sarebbe un cammino straordinario.

Qui termina la mia narrazione: potrei scrivere ancora parecchie cose sulla Chiesa e sul paese... ma ho paura di diventare pesante e indigesto!
Se qualcuno ha riscontrato errori o vuole fornirmi ulteriori informazioni o fotografie o documenti o ...Grazie!!


galdinorota@inwind.it

mercoledì 15 luglio 2015

S. MARIA ASSUNTA - LOCATELLO
11. GOCCE DI STORIA (prima parte)

  Se guardiamo la carta geografica della nostra zona, troviamo da una parte le Valli Brembilla, Taleggio, Brembana e Villa D’Almè, arrivando fino a Bergamo; dall’altra la Valle S. Martino, Caprino Bergamasco, Pontida e la riva dell’Adda; nel mezzo la Valle Imagna, i cui paesi - racchiusi tra due vallate - conoscono storie tra loro molto simili.

  Sappiamo che questa zona iniziò ad essere popolata e abitata in tempi molto antichi grazie ai numerosi ritrovamenti fossili nel torrente Imagna e in alcune grotte, in primis la Corna Coegia. Nella preistoria, regno dell’Ursus spelaeus od orso delle caverne, sono stati trovati dei suoi reperti come un cranio, dei denti e dei resti umani appartenenti ad un individuo giovane di sesso femminile. Dell’età del rame (2500-2000 a.C.) degli utensili (pugnale in selce, pendagli in osso, in rame e in conchiglia). Dell’età del bronzo (1800-1100 a.C.) un vaso in terracotta, un rasoio quadrangolare in bronzo, numerosi frammenti di ceramica, delle punte di freccia, delle suppellettili in osso. Il territorio della Valle presenta il più alto numero di cavità naturali della provincia bergamasca che venivano utilizzate come abitazione o per seppellire  i cadaveri e  che ci ribadiscono la presenza dell’uomo in questo territorio.   

  All’incirca cinque secoli prima di Cristo un capo celta, Brenno, giunse a Bergamo. Ritenendo che la città potesse rappresentare un'ottima base strategica per il controllo delle valli e dei commerci che da lì si sviluppavano chiese la sottomissione dell'abitato. Al rifiuto reagì espugnandola e radendola al suolo: ancor oggi in alcune vallate della bergamasca i muri cadenti o pericolanti sono chiamati “bregn” o “breni”, in ricordo di questo antichissimo evento.
Bergamo, in dialetto bergamasco, si dice Berghem quasi esattamente come in celtico “berg-heim” che vuol dire la città elevata.
In alcuni nomi e parole del dialetto della valle ci sono delle parole che sono esattamente uguali ai termini del linguaggio dei Celti. Alcuni nostri nonni dicono ancora oggi: ”Vuoi il “brombo?” per dire l’acqua e il “Tata” è il papà. Questo linguaggio, rimasto tale e quale, ci riporta proprio ai vocaboli celtici:  per questo abbiamo la sicurezza attraverso i toponimi, cioè lo studio del significato e dell'origine di un nome proprio, che qui siano vissuti i Celti.
Lo stesso Brenno si suicidò annegandosi nel fiume che da lui prese il nome di Brembo.

  Quando i primi abitanti arrivano in questo luogo non siamo ancora nell’anno 1000. Bergamo e la sua pianura sono interessate da una sequenza spaventosa e tremenda di invasioni degli Ungari: un popolo nomade e invasore che, dove arrivava, razziava, saccheggiava e devastava.
Molti abitanti della “bassa bergamasca” scapparono verso la montagna e verso luoghi che ritenevano più sicuri. Dalla frazione di Locate – fate attenzione a questo nome - di Ponte S. Pietro salgono verso Mapello, Pagazzano e, scappando, arrivano in questa zona  portando con sè un pezzo del loro vissuto: le loro tradizioni, i loro usi, i loro costumi, il nome del paese. Nelle varie lingue che si sono sovrapposte questo nome è stato preso e sviluppato in modo armonico: leuk il tema originario, lukos in greco, lucus in latino, leuco in gallico, leucos in celtico, loeugh in longobardo, löck in germanico. In tutte le lingue ha lo stesso significato: un prato circondato da un bosco, una radura.
Attraverso questo nome arriviamo a questo Locatellus in tardo latino, riferito alla località  Locate di Ponte S. Pietro,  che nel tempo diventerà Locatello. Per la loro parlata, distinta dalle altre popolazioni presenti, hanno meritato il titolo di “baelòcc”.
Portano con sé anche le loro devozioni: alla Madonna, a S. Stefano e a S. Girolamo. Queste tre devozioni, che gli studiosi della storia di Locate hanno rinvenuto nel passato, le ritroviamo sui muri della nostra Chiesa di Locatello: un affresco interno, vicino all’ingresso della parete sud, dove c’è la Madonna (bellissimo il suo sguardo!) con Bambino e due affreschi esterni, sopra l’altro ingresso della parete nord, S. Stefano e S. Girolamo.

  Sicuramente, verso l’anno 1000, a Locatello c’era una piccola Chiesa, costruita da queste famiglie giunte dalla “bassa bergamasca”, che avevano bisogno di avere un proprio punto di riferimento. Non c’era il Comune, non c’era la struttura amministrativa come oggi: era la Chiesa che costituiva il cuore di quella comunità.
Non ci sono rimaste tracce di quella Chiesa, ma ne abbiamo di una successiva quattrocentesca, della quale alcuni storici locali fanno cenno e di cui sono rimasti come “impronta” gli affreschi della Madonna e dei Santi.

  Ciò che in passato rendeva straordinaria questa valle, facendone oggetto di contesa per molti, erano gli strategici valichi di passaggio. Troviamo un elenco di queste  strade in un documento manoscritto del 1547 tra cui spicca la “Cavalcatoria” che, percorrendo il lato idrografico destro della valle, da Almenno portava a Brumano e, per il Passo del Palio, in Valsassina.

Altro tracciato importante di collegamento con la Valle Taleggio era la strada che da Locatello portava a Gerosa attraverso “la al del Put” (Val Tinella) con il ponte omonimo, tuttora esistente, che fu il primo ad essere costruito nella valle e citato in un documento del 1538. Lungo la “Strada Imperiale”, che da Brumano portava a Lecco, si doveva passare per tre passi: la “Porta di Brumano” (Porta Bordenale nella cartografia del 1700), la “Passata” (Golla di Porcherola), il Passo del “Fo”.
Un altro celebre passo, quello del “Pertus”, consentiva il passaggio tra la Valle Imagna e la Val S. Martino. Anche il Valico del “Grassello”, situato nel territorio di Fuipiano, tra lo Zucco di Valbona e i Canti, aveva la sua importanza nel mettere in comunicazione con la Val Taleggio.
Un ruolo fondamentale in tal senso era giocato dal Ponte di Almenno o di Lemine o della Regina longobarda Teodolinda. Bortolo Belotti nella sua “Storia di Bergamo e dei Bergamaschi” certifica l’attribuzione del ponte all’orgoglio e all’architettura romana: ”…ponte di Almenno fabbricato più di mill’anni”.

  Tuttavia nel 1493, l’anno successivo al viaggio di Cristoforo Colombo verso l’America, una rovinosa alluvione - una vera “ira di Dio” - devastò l’intera Valle Brembana, causando un’eccezionale piena del fiume Brembo: tutti i ponti della valle furono distrutti, tranne quello di Sedrina. L’effetto sul Ponte di Almenno fu il conseguente crollo di cinque archi. Resistettero solo le tre arcate centrali, sopra le quali rimasero “…trentasei persone in continuo batticuore… durò la furia tre giorni, onde fu necessità gettar a quei miseri il pane con le fiombe per il loro sostentamento, finché poi calata l’acqua, con scale e funi, s’aiutarono”. Le inevitabili conseguenze dei danni, subiti dalla struttura, furono l’interruzione dei traffici di merci da una valle all’altra insieme all’apertura verso i mercati di Milano e di Venezia. D’altra parte il territorio di Bergamo, posto in mezzo alle due città, è sempre stato da queste conteso.


  Sia il Ducato di Milano, sia la Repubblica di Venezia volevano infatti disporre di una città fortificata, che fungesse da caposaldo presso il confine. Anche la Valle Imagna si ritrovò così ad essere contemplata nelle mire espansionistiche di due potenze contrapposte. Quando  nel 1428 Venezia, guelfa, col favore di tutti i Valdimagnini e di tutti i guelfi di Bergamo, riuscì ad aggiudicarsi il governo della città che, peraltro, avrebbe governato benissimo, concesse ai cittadini della Valle Imagna alcuni privilegi, come ricorda Padre Donato Calci nelle sue “Effemeridi” del 1676/77: “…agli hommines di Valdimagna” e di Locatello ”per la loro integrità della fede e fedeltà alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano, furono dal Doge con privilegi, grazie e favori arricchiti e onorati”. Infatti, una volta distrutti i nemici (i ghibellini pro Milano di Brembilla vecchia e di parte dell’omonima valle), il governo della Serenissima accordò, per esempio, l’esenzione dal pagamento del dazio sui trasporti delle merci. Nonostante questo riconoscimento, Venezia non ricostruì il Ponte di Almenno. Gli abitanti di Locatello e i Valdimagnini invocarono a più riprese la sua ricostruzione, ma al Doge non poteva certo interessare il ripristino di una via di sbocco verso Milano, quanto piuttosto rappresentare il solo referente.  Nel 1512 venne concesso di gestire un “porto” con il collegamento tra le due sponde effettuato da una barca.
Il ponte sarebbe stato ricostruito solo nel 1628 per iniziativa dei Comuni della Valle Imagna condannati, di fatto, a un isolamento durato ben 135 anni.


  Una relazione del 1596 e la lapide commemorativa posta nell’interno, documentano che nel 1561 fu consacrata in loco una Chiesa, dipendente dalla pieve (la comunità dei battezzati compresa entro un'organizzazione territoriale) di Almenno con l’antico titolo di S. Maria Assunta. La comunità parrocchiale di Locatello risulta  essere una delle più antiche della valle, tra le quali vengono annoverate anche la Chiesa parrocchiale di Corna dei Santi Simone e Giuda Taddeo e quella di Fuipiano di San Giovanni Battista. Il luogo dove oggi sorge era il Cimitero dell’alta valle: numerosissime furono le salme e le ossa dissepolte negli scavi eseguiti per ingrandire il sagrato.

  Gli abitanti della Valle Imagna sono un popolo molto fiero e hanno sempre avuto un grosso orgoglio e una gran voglia di avere delle cose belle da mettere in mostra. Diventata ormai piccola, per la popolazione diventata vecchia, e non più abbastanza importante si decide di costruire un’altra Chiesa. L’edificio attuale, consacrato nel 1912 dal vescovo Giacomo Maria Radini Tedeschi, che confermava l’antico titolo e sigillava nella mensa dell’altare maggiore le reliquie dei santi Alessandro e Innocente, fu innalzato negli anni tra il 1836 e il 1841 e già nel 1895 si provvedeva a prolungarla.  Viene abbattuta la facciata posteriore della Chiesa, che arrivava grossomodo dove ancor oggi c’è il pulpito, da dove avveniva la lettura ed il commento alla Parola di Dio, si tolgono tutte le pietre e si amplia a “piè di croce”. Questa è una Chiesa ad aula unica, senza la navata laterale, cioè lo spazio aperto secondario a lato di quello principale, separata da esso da un colonnato o porticato, ma lo stesso si dice a piè di croce. Si ricostruisce la faccia esterna in pietra viva squadrata a punta, ottenendo l’attuale grande Chiesa, enorme per il paese odierno.
Le quattro cappelle finali non sono degli altari, ma sono praticamente dei tabernacoli, in seguito ornati con un’immagine sacra.
Il campanile è sorto nel 1823 “Concordia populi aedificavit”. Un primo concerto di cinque campane “battezzate” dal vescovo Pier Luigi Speranza, fu reintegrato dopo la guerra da Luigi Magni di Lucca e successivamente rifuso da Angelo Ottolina nell’attuale concerto di otto campane in “re b.”, consacrato dal vescovo Adriano Bernareggi nel 1952.
E’ una Chiesa, se mi si può passare il termine, “fuori misura” rispetto alla realtà per la quale è stata costruita, sia per il modesto numero di abitanti, sia per la fede oggi in netto calo. Ma questo fatto la dice lunga proprio sulla fierezza e sulla voglia degli abitanti di avere una Chiesa bella e importante. A Corna la Chiesa è grande  più o meno come quella di Locatello, o forse ancor più ampia e gli abitanti ancor più pochi: è proprio questa la grande voglia di avere  cose belle da mostrare. Ma fu nel anni 1930-1932 che la Chiesa si assicurò l’attuale splendore, grazie all’intraprendenza e alla generosità di don Sebastiano Vanotti, parroco di Locatello per ben 57 anni di apostolato. L’incarico e la direzione dei lavori per realizzare questa chiesa “moderna” viene  affidato all’ingegnere e architetto per  eccellenza Luigi Angelini (Bergamo 1884 – Ivi 1969): un personaggio straordinario di Bergamo, una persona che ha amato fortemente la sua città e quindi, quando lavorava, ci metteva ”…anche l’anima”.
Viene interpellato e gli si richiede un progetto e disegna l’elegante cupola del presbiterio. E’ un progetto molto interessante, perché non è una cupola singola, ma con attorno anche un catino absidale. E’ difficile vedere queste unioni di forme geometriche diverse che, messe insieme, danno un senso di profondità e ampiezza veramente incredibili. Luigi Angelini progetta anche i quattro altari laterali, che vengono ingranditi rispetto a “qualsiasi corpo” ci fosse stato prima.
La portella del tabernacolo dell’altare maggiore, in legno dipinto con fregi scolpiti e dorati, nel presbiterio, tra l’altro molto profondo, molto ampio, molto grande come struttura con abbondante spazio, è di Renato Bonizzi (1931) e i cinque gradini erano sormontati da una balaustra in marmo.

  Interpella gli artisti e i decoratori più importanti dell’epoca, tutti bergamaschi. In modo particolare, chiama due artisti  straordinari: Pietro Servalli (Gandino 1883 - Bergamo 1973) che dipinge la Gloria di Maria Assunta nella  grande tazza della cupola e  Vittorio Manini (S. Omobono 1888 - Bergamo 1974) che dipinge la prima medaglia all’ingresso principale, la più smagliante di tutte, nella volta fatta a “botte”. Dipinge anche l’affresco del catino absidale, gli Evangelisti, tutte le altre raffigurazioni che vediamo e le quattro tele nelle cappelle finali. Servalli è un grande e bravissimo pittore; il Manini potrebbe essere un artista straordinario, conosciuto quanto meno in tutta Europa, ma è un uomo molto chiuso e molto timido. La moglie, una Mazzoleni, cerca più volte di introdurlo nell’aristocrazia milanese per fargli fare un po’ di fortuna e, probabilmente, anche un po’ di soldi, ma lui ama talmente il suo paese al punto di rimanere “chiuso” in esso e, di fatto, autolimitarsi. La nostra squadra di artisti comincia a dipingere, regalando a noi posteri una Chiesa con opere d’arte moderna.

   Gli abitanti di Locatello e, in generale, tutti i Valdimagnini, inviano, comprano, progettano, richiedono agli artisti delle opere d’arte per la loro Chiesa: questa è una cosa straordinaria, che accade in tutti i paesi che vivono l’immigrazione. Quando un individuo deve trasferirsi dal suo paese, per poter vivere e mantenere la sua famiglia, mantiene un legame strettissimo con il suo territorio e cerca di  far giungere “qualche cosa” come per alimentare questo sentimento. A loro dobbiamo, ancor oggi, i nostri tre capolavori, ancora presenti nella nostra Chiesa: la tela (1523) di Andrea Previtali e quella (1536) di Agostino Facheris, detto il Caversegno, insieme ad una statua lignea del 1500 della Madonna seduta col Bambino. Altri due capolavori sono esposti in musei o in collezioni private: la croce astile del 1300 di Ugo Lorenzoni, detto Ughetto da Vertova e il trittico (1528-1530) di Giovanni Busi detto il Cariani.

sabato 30 maggio 2015

S. MARIA ASSUNTA - LOCATELLO
10. LA CUPOLA


  Ritorniamo sul presbiterio per goderci l’Assunzione di Maria, dipinta nella grande tazza della cupola.

Negli “angoli” sono posizionati i quattro Evangelisti: “Così Matteo scrisse nella lingua degli Ebrei il primo Vangelo, al tempo in cui Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondarono la Chiesa. Dopo la partenza dei questi ultimi, Marco, discepolo e interprete di Pietro, mise per iscritto quello che Pietro predicava. Dal canto suo Luca, il compagno di Paolo, consegnava in un libro il Vangelo, che il suo maestro predicava. Poi Giovanni, il discepolo del Signore, quello che si era addormentato sul suo petto, pubblicò anche lui un vangelo quando si trovava a Efeso in Asia”. (Adv. Hae. III Preliminare).

Matteo è raffigurato come un uomo alato (assimilato ad un angelo: tutte le figure sono infatti alate!).
Il Vangelo di Matteo è quello che mette più in risalto l’umanità del Cristo (il Figlio dell’Uomo, come viene spesso indicato). Il testo esordisce con la discendenza di Gesù e, in seguito, narra la sua infanzia, sottolineandone quindi il suo lato umano.
Marco è raffigurato come leone alato. Nel Vangelo di Marco viene maggiormente indicata la regalità, la forza, la maestà del Cristo: in particolare, i numerosi miracoli accentuano l’aspetto secondo cui Cristo vince il male. Inoltre, è proprio questo Vangelo che narra della voce di San Giovanni Battista che, nel deserto, “si eleva a un ruggito” (di leone appunto), preannunciando agli uomini la venuta del Cristo.

Luca è raffigurato come bue alato, ovvero come vitello, simbolo di tenerezza, dolcezza e mansuetudine, caratteri distintivi di questo Vangelo, per descrizione e teologia.

Giovanni è raffigurato come un’aquila. Il suo Vangelo ha una visione maggiormente teologica e, quindi, è quello che ha “la vista più acuta”. L’aquila è quello che “vola più in alto” di tutti gli esseri e che, unico fra tutti, “può vedere il sole con gli occhi senza accecarsi”, ossia guardare verso i cieli e verso Dio. Il Vangelo di Giovanni infatti si apre con le parole di forte carica trascendente: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”.

Al “centro” la Morte di Gesù: un po’ strana la posizione di Gesù, appoggiato sul teschio simbolo del posto (Calvario o Golgota) allo stesso livello della terra. Maria, sua madre e Maria di Magdala con in mano il vaso con gli unguenti per ungere il corpo di Gesù.

Gustiamoci…nel vero senso della parola, l’Assunzione di Maria di  Pietro Servalli…nella grande tazza! Nella Sacra Scrittura nulla si dice della morte e dell'Assunzione al cielo, in corpo e anima, di Maria. Proprio alla mancanza di riferimento più precisi, vogliono supplire alcuni testi apocrifi di personaggi autorevoli, quali San Giovanni Apostolo o Giuseppe di Arimatea.
É però certamente utile riassumere il contenuto delle diverte traduzioni. Nei racconti apocrifi si narra della visita di un angelo a Maria, per recarle l'annuncio della morte imminente. L'angelo porta a Maria una palma del paradiso, perché preceda il suo feretro nei funerali e poi annuncia l'arrivo miracoloso di tutti gli apostoli presso di lei. Arriva dapprima Giovanni, l'apostolo prediletto del Figlio, e, dopo di lui, giungono misteriosamente tutti gli altri, rapiti su una nube dal luogo dove si trovavano. All'ora terza del terzo giorno si ode un tuono, appare Gesù con l'arcangelo Michele ed uno stuolo di angeli. Maria muore sorridendo per l'arrivo del Figlio, il quale accoglie la sua anima e la affida nelle mani dell’arcangelo Michele, poi ordina a Pietro di custodire il corpo della madre, deporlo nel sepolcro e attendere la sua venuta. Si forma il corteo funebre con Giovanni, che reca la palma del paradiso, mentre gli apostoli e gli angeli cantano il salmo "In exitu Israel de Aegypto".  Il corteo giunge nella valle di Giosafat, alla tomba dove viene deposto il corpo della Vergine Maria. Gli apostoli vegliano tre giorni in attesa di Cristo, che arriva circondato da miriadi di angeli. Accanto a Lui gli arcangeli Michele e Gabriele. Il Signore ordina all’arcangelo Michele di innalzare il corpo di Maria sulle nubi e di trasportarlo in paradiso, dove si ricongiungerà alla sua anima.
Il Servalli, in questa sua …non riesco a trovare aggettivi adatti… opera d’arte, ci regala alcuni deliziosi particolari.  
Gli undici personaggi (gli Apostoli, ma…chi manca?), ciascuno colto in una posizione differente, in un tripudio di gesti, di agitazione e turbamento, che esprimono varie emozioni e passioni: sorpresa, stupore, incomprensione; mentre qualcuno indica verso l'alto, dove si sta svolgendo l'evento sacro.
Un personaggio (Giovanni, il prediletto di Gesù, a cui aveva affidato sua Madre) mentre raccoglie il lenzuolo, dove era avvolto il corpo di Maria, con tutti quei fiori, posati, come tante reliquie, sul coperchio del sarcofago.
Un lembo del manto e, soprattutto, il velo di Maria si agitano per azione del vento, suscitato dalla rapida assunzione e dal moto delle ali angeliche.
L’accoglienza di Maria in cielo, da parte di tutte e tre le Persone della SS. Trinità.
Semplicemente favoloso!

  A conclusione della mia narrazione, per quanto riguarda la nostra Chiesa, vorrei portare l’interesse a due scritte per quelle persone che ancora potrebbero avere dei dubbi: sono iscrizioni, posizionate in posti dove l’occhio, pur allenato, fa fatica ad arrivare e a scorgere, in oro zecchino incassate tra magnifici stucchi decorativi.

La prima, posizionata sopra il portone principale d’ingresso, recita: “HAEC EST DOMUN DEI ET PORTA COELI” … “ Questa è la casa di Dio e la Porta del Cielo”.

La seconda, sopra i gradini che portano all’altare maggiore, riporta: “D.O.M. AC BEATAE MARIAE VIRGINI IN COELUM ASSUMPTAE”  …”A Dio, l’Ottimo, il Massimo - Beata Vergine Maria in cielo Assunta”.